Contenuti: OPERA
Narrativa
La mia Genova (La Corrida)
Il mio corno.
Il mio corno vero, di mucca…
…quello che mi aveva regalato mia nonna, aveva un bocchino di plastica e suonava davvero, veniva dalla Spagna. Infatti mi sembra che su un lato avesse scritto qualcosa come “Souvenir de España” o roba del genere. Aveva pure un cordino per portarlo a tracolla.
L’immagine del mio corno, rotto, che giace sotto una palma del lungomare è quella che mi è rimasta più impressa di Genova. Di quella Genova del G8. Di quel lungomare calpestato da un sacco di gente. Di quel sabato di luglio che veniva dopo un brutto giorno di lutto, quando un ragazzo era stato ucciso nella sua città. Ucciso da uno più piccolo di lui, che voleva ristabilire l’ordine pubblico, ci dissero. Perché aveva paura, ci fecero sapere. Come gesto estremo per non essere ucciso lui per primo, ci vollero dare ad intendere. E anche il mio corno c’è rimasto a Genova, nel luglio del 2001, sabato 21 luglio.
Ma procediamo con ordine.
Quanto ci martellarono co’ ‘sta Genova…
Un appuntamento da non perdere dopo Seattle. Uno spettacolo da non perdere… lì sarebbe successo tutto… lì si erano dati appuntamento i ricchi e i poveri… o forse solo i ricchi. Lì si decidevano i destini del mondo… lì sarebbe successa la rivoluzione, in diretta Tv.
“A che ora è la fine del mondo?”
E coi miei amici a discutere, se andare o non andare… ma era pericoloso… ma andiamo due giorni, o uno solo, col pullman dell’Arci.
Io ero appena tornato a Lucca dall’Erasmus fatto a Madrid, ero pure fidanzato con Cristina, la spagnola… che carina… e mi ci buttai dentro, appena tornato, dentro il G8 e la protesta, a capofitto, carico come una molla.
Era cambiato tutto quando tornai, persino la mia casa. Infatti i miei avevano traslocato in una casa nuova quando ero via, e quando tornai era tutto cambiato. Non c’era più la mia camera, il mio corridoio, la mia sala, il mio terrazzo… c’era un altro giardino, un altro garage.
Io ero cambiato.
Non avevo tempo per pensare a tutte queste cose… sarei tornato in Spagna a settembre… sarebbe venuta Cristina ad agosto. E ora c’era il G8, la cosa più importante ed immediata, come un muro, con la scritta “CAMBIARE IL MONDO”.
Alla fine con Ricchi, Luca e gli altri decidemmo di andare il sabato, il giorno conclusivo, anche se tutto iniziava già dal giovedì.
Il giovedì 19 c’era la “festa dei migranti”. Vedemmo in televisione tutta quella festa, quella gente con le mani dipinte di bianco, che suonava, che ballava, che andò a sentire il concerto di Manu Chao, la sera, a Piazzale Kennedy.
Dopo un inizio così…
Invece no, il venerdì fu subito chiaro che la festa era finita.
Io la mattina andai subito, appena sveglio, a cercare in televisione tutto il clamore che c’era stato nei giorni precedenti… G8 G8 G8, protesta protesta, sicurezza, strade, manifestazioni, polizia, barricate, caos…
“…Silencio…. …..no hay banda….”
…SILENZIO!
Niente, non c’era niente, nemmeno una televisione sintonizzata su Genova, nessun inviato, nessuna diretta, nessun canale, gira, gira, niente… allora accesi la radio ma niente, il santo niente finchè mi sintonizzai su Controradio… 98.9 …RADIO POPOLARE NETWORK.
L’unica, l’unica radio, che dico, l’unico canale informativo acceso su Genova, gli unici che avevano gli inviati, che da ogni manifestazione, da ogni piazza tematica, da ogni angolo della città che circondava la zona rossa raccontavano in diretta quello che vedevano.
Fuochi… auto ribaltate… qui calma… qui omini neri che suonano i tamburi… calma apparente qui… lo Stadio Carlini… altri omini neri, piccoli piccoli, da un’altra parte, che spaccano tutto… omini neri che appaiono e scompaiono, inseguiti da altri omini neri, coi manganelli… con le jeep… che non li beccano, non ce la fanno, sono tanti, molti di più, è l’Ordine Pubblico che ha bloccato tutto, per sicurezza, ma non riesce a beccare questi omini, gli scappano da tutte le parti, arrivano sempre tardi, come Willie e lo struzzo Bip Bip… povero Willie il Coyote.
Restai con l’orecchio incollato alla radio tutta la mattina, e la tele davanti, per vedere se qualcuno si svegliava. Poi finalmente dai tg dell’una, l’una e mezza, le due, qualche collegamento, ma veramente minimi, le immagini della manifestazione delle tute bianche che scorreva tranquillamente, i capi di stato che si davano le manine nel centro deserto di Genova, evacuato come Chernobyl, e i fumi che salivano in diversi punti della città… e tanti omini che correvano neri e bianchi, armati e disarmati.
Andai da Ricchi dopo pranzo perché la situazione si faceva preoccupante. Mi spaventai perché alla radio l’inviata del Popolare Network descrisse d’improvviso l’attacco a freddo dei carabinieri alla manifestazione delle tute bianche: gli autoblindo che girano impazziti, che quasi investono dei ragazzi, che incornano i cassonetti, schiacciano i sassi, i bastoni, i manganelli.
Vado da Ricchi, da solo, in bicicletta, coi cassonetti che mi girano in testa, i sassi, la gente che urla, scappa, le sirene, gli scoppi.
Ascoltiamo insieme la radio, a casa sua, nella sua vecchia casa di Via Nuova, tenera e accogliente.
Dicono che c’è un ferito, non si capisce niente, forse grave, poi che c’è un morto, forse due, manifestanti, non si sa chi. Alla tele ancora niente, non si sa niente, non si capisce niente.
Finalmente la tele si sveglia, ma avrei preferito non vederlo, il giornalista con gli occhi rossi che diceva che era morto un ragazzo, non si sa chi, forse spagnolo. Spagnolo, come Cristina. Il giornalista piangeva… si tratteneva ma era commosso, piangeva, era come se piangesse, alla Rai, con gli occhi rossi e la voce rotta, così mi sembrò, davanti alla foto di quel ragazzo con la testa pelata e insanguinata, che era morto, per terra.
Mi affacciai alla finestra che dava sui tetti di Lucca, tranquilli, d’estate. Nessuno si era accorto di niente, sembrava, a Lucca. Non volevo che Riccardo mi vedesse piangere, mi affacciai e piansi. Per quel ragazzo spagnolo, morto, per il giornalista che piangeva, pensavo a Cristina, piansi pensando al mondo che non sarebbe più cambiato, a Genova, quel giorno.
Qualche telefonata, delle conferme, brevi consultazioni e la decisione di andare ugualmente, coi pullman dell’Arci. Dovevamo andare.
Non ricordo il mio mesto ritorno a casa, non ricordo a cosa pensai quella sera, quella notte.
Ricordo la mattina presto del sabato i pullman dell’Arci davanti allo stadio, vicino alla mia vecchia casa. Vicino alla mia vecchia stanza e al portafinestre da dove entravano i rumori delle partite, la domenica, mentre facevo i compiti.
A Genova non c’ero nemmeno mai stato, che io mi ricordassi.
Quella mattina m’aspettavo una città in assetto di guerra, con le trincee, i carri armati, e invece trovai una città che si svegliava… container, polizia, ma la gente camminava tranquilla, sembrava, il peggio era passato, sembrava.
L’autobus senza il minimo intoppo ci scaricò a Piazzale Kennedy, non si vedeva l’ombra di un poliziotto lì, almeno in quel momento, e io mi sentivo già più sollevato. Eravamo in tanti da Lucca, 5 o 6 autobus mi pare, più quelli che erano già lì.
Ci fu una riunione della Rete di Lilliput… io anche se non vi appartenevo indossavo una maglietta della Rete di Lilliput, che conservo ancora, e per questo un tizio che non conoscevo mi venne ad avvisare di questa riunione. Vi partecipai con altri della comitiva ma non capivamo un gran che, parlavano di un servizio d’ordine, di luoghi di ritrovo che non conoscevamo… poi si misero pure a litigare, c’era molta tensione. A un certo punto dietro il tavolo dei relatori spuntò Fabio L., che conoscevamo bene, ma non ci vide neanche. Era uno dell’organizzazione di Lilliput, lucchese come noi, e aveva un’aria sbattuta, doveva avere passato la notte in bianco. Un altro di quegli uomini gli fece una carezza, quando gli passò vicino.
Poi ci incamminammo verso il luogo dove doveva iniziare il grande corteo a cui dovevamo partecipare. Bocca d’Asse ci dissero. Magicamente fra la folla incontrai Elisa, una ragazza di Reggio Emilia che conoscevo, che con una amica aveva fatto tante striscioline con un sacco della spazzatura nero, e le dava alla gente come segno di lutto per la morte di Carlo Giuliani, che adesso aveva un nome, un volto, un paese, e una famiglia. Me la misi al braccio, e da allora non l’ho più rivista, Elisa.
Riuscimmo a risalire il lungomare fino a una piccola chiesina, e poco oltre. Io avevo il mio zaino col mio corno per fare rumore e poche altre cose, acqua, panini. Lasciammo sfilare il corteo per un bel pezzo, perché ci avevano detto che quelli di Lilliput stavano più indietro e noi volevamo stare con loro. Quelli dell’Arci di Lucca trovarono lo spezzone dell’Arci nazionale e ci si infilarono, quindi ci dividemmo. Non fecero una cosa sbagliata, ma questo lo avremmo capito solo dopo.
Lilliput non arrivava, mentre da lontano vedemmo arrivare della gente vestita di nero, con degli striscioni neri e strani; degli anarchici o cose simili.
Preferimmo non mescolarci alla marea nera, per cui Lilliput o non Lilliput ci creammo uno spazio e partimmo anche noi, in mezzo alla corrente. Svoltammo a destra davanti alla chiesina e ci trovammo sul lungomare. C’era un autobus rosso a due piani, tipo quelli inglesi, da cui usciva una musica a palla, e sul tetto c’era gente che ballava. Faceva molto caldo sotto il sole, si scorreva piano, ma per fortuna un po’ d’acqua ce l’avevamo. Poi c’erano alcuni genovesi, quelli rimasti, che dai giardini tiravano fuori le pompe per darci dell’acqua… si creavano delle file per bagnarsi un po’.
Sul lungomare cominciai però a notare le cose più preoccupanti… le strade laterali che a metà, lassù in alto, lontano, erano sbarrate da poliziotti-robocop in assetto di guerra. Tutti neri, in fila sotto il sole, con le visiere giù e gli scudi su. Dovevano avere un caldo tremendo e infatti c’era gente che si fermava all’incrocio e li sfotteva, si versavano l’acqua in testa, la bevevano… “fa caldo eh!” gli gridavano. Io tirai fuori il mio corno e glielo suonai contro. Faceva un suono acuto e stridulo, penetrante, che si sentiva bene anche a distanza. Con Legno e il Davini lanciammo alcuni slogan, scandendo il tempo col corno, perché il corteo ci sembrava troppo disorganizzato e caotico e provammo a prendere noi l’iniziativa, ma con scarso successo. Man mano che procedevamo lungo la discesa andavamo sempre più piano, si defluiva a fatica e la gente si accalcava da dietro. Le vie laterali erano sbarrate dalla polizia, da dietro cominciavano ad arrivare e mescolarsi i tizi neri. Ricordo che c’era un palazzo lassù in alto con la polizia sopra, doveva essere una caserma. I poliziotti a presa di culo ci salutavano, sbracciandosi, e la gente si incazzava… c’era un tipo magro magro vestito di stracci neri, che non aveva più voce ma provava lo stesso a gridargli “ M E R D E - - S I E T E - - E - M E R D E R E S T E R E T E ! ! ! “.
Piano piano il corteo si fermò e non capivamo. Davanti, laggiù in basso, a Piazzale Kennedy, dove eravamo arrivati la mattina ed era tutto tranquillo, si levava un fumo denso nero, e bianco. Cominciammo a vedere dei tipi vestiti di nero, coi caschi, che risalivano il lungomare… gli omini neri si mescolavano a noi. Decidemmo di formare un cordone di sicurezza ai lati del corteo, per impedire che gente sconosciuta si mescolasse, ci furono movimenti concitati, ordini e contrordini, nella calca.
Fu lì che persi il mio corno… stringendo la mano di un amico per fare cordone mi si spezzò in mano, fra il bocchino e il corno.
Dovevamo fare quell’inutile cordone, non sapevo cosa fare e lo gettai sul prato, sotto una palma, il corno rotto della mucca spagnola.
Mi fermai un attimo a guardarlo, per il tempo necessario.
Poi arrivarono gli elicotteri, e noi con le mani alzate, inermi, “NON-VIO-LEN-ZA NON-VIO-LEN-ZA!” le nostre voci.
“INDIETRO PIANO!” diceva qualcuno, sempre più pigiati, le parabole bianche dei lacrimogeni sempre più vicine.
Un gruppo di pazzi dietro a noi si siede in terra… un lucchese incazzato gli grida “MA SIETE MATTI! CI SO’ I LLACRIMOGENI LÌ”. Si rialzano, appena in tempo.
Si alza un’onda umana, mi arriva addosso, mi schiaccia e mi solleva da terra. Ho paura, “Cosa succede a quelli bassi?” penso. Calpesto dei piedi e degli stinchi, poi il suolo, di nuovo a terra, mi volto e li vedo lì, a tre metri la folla si apre… grida… gli uomini neri coi manganelli sono a tre metri, picchiano, si fermano, il capo li ferma, ci fa andare indietro agitando il manganello, siamo troppi anche per loro, ci calpestiamo.
Mi libero, mi giro e vado indietro, la folla si allarga “cammina, non correre” penso “se corri ti picchiano”, fumo bianco da tutte le parti, non vedo più nessuno, non respiro, niente panico, piango come un vitello anche se non voglio, cammino, mi si mozza il respiro, uno accanto a me dice “acqua... acqua...” con la voce strozzata, lo dico anch’io, ancora fumo, uno si ferma e vomita, tutti camminiamo in salita verso indietro, lontano dai manganelli, verso l’aria.
A un tratto mi sento chiamare da dietro… mi giro fra le lacrime e vedo Michele Del Debbio, che mi allunga una bottiglia d’acqua.
Da allora ci siamo rivisti poche volte ma tutte le volte gli ho detto che è stato il mio salvatore.
Con l’acqua mi sciacquo gli occhi e la bocca, che brucia ancora, continuiamo insieme a camminare finchè il fumo non si dirada. C’è una via laterale in cui i poliziotti hanno lasciato un varco, la gente ci passa. Non li picchiano. Decidiamo di andare lì, a mani alzate… prigionieri. Mentre mi avvicino cerco di non guardare i poliziotti che cercano di non guardarmi. Passo oltre al muro di celerini e dietro c’è una fila di macchine e blindati, sento un rumore, mi giro, un ragazzo che corre in preda al panico, passa il muro di poliziotti che cercano di afferrarlo, uno salta fuori da un’auto, con la maschera anti gas anche dentro, e lo acchiappa per un lembo, lo prendono in tre, continuo a camminare con le mani alzate… un vecchio con la barba bianca e la bandiera di rifondazione cerca di staccarli, di difenderlo, strattonano anche lui, si forma un gruppo… procedo oltre, penso a me.
Arriviamo in fondo alla via dove finalmente possiamo respirare, ma dura poco perché i blindati ripartono per chissà dove. Volano gli insulti dalla gente che piano piano si è assembrata, bottiglie, una mi atterra vicino e si spacca. I blindati sgommano via, meno male, e i soldati sulla torretta, andandosene, puntano minacciosamente il cannoncino verso la folla.
Io e Michele ci ritrovammo da soli, avevamo perso tutti gli altri lucchesi. Lui aveva il cellulare col quale chiamai a casa per tranquillizzare i miei… non sapevo cos’era successo, per me c’era stata la guerra, li dovevo tranquillizzare.
Continuammo a camminare per le vie parallele al lungomare… anche molti minuti dopo l’attacco c’era gente che continuava a star male per il fumo, il famigerato gas CS. Ricordo una donna sdraiata con la faccia verde, con due dottori che cercavano di calmarla, e di farla respirare.
Ci volle tutto il pomeriggio per ritrovare i nostri amici e andare a piedi a Marassi, dove ci aspettavano gli autobus, alla fine dello spettacolo.
Ci volle di vedere pantere di carabinieri sgommare in gruppo, 20 o 30 a cento all’ora per le strade zigzaganti di Genova.
Ci volle di vedere macchine bruciate, vetrine rotte, incontrare gente spaventata.
Ci volle di incrociare lo sguardo azzurro e provocatore di un finanziere coi baffi, biondo, ciccione, smontato dalla sua jeep alla fine del suo dovere.
Ci volle di vedere il tramonto su Genova spaccata, che ancora aspettava il disastro della scuola Diaz.
Con l’ultimo autobus, tornammo a casa.
Chiamai Cristina e le raccontai…
…lo gettai sul prato, sotto una palma, il corno del toro spagnolo, sacrificato in battaglia…
…la sua ultima corrida.
Non avrebbe suonato più.
Premio letterario Versilia Giovani 2009