Contenuti: OPERA

Matteo Polloni

Narrativa

TASSE E MORTE

Gli davano sicurezza. Come un abbraccio caldo, di quelli soffici, da restarci immersi a occhi chiusi. Come un manto sulle spalle in una notte nevosa, col fumo denso che esce dai camini. Era nato per le regole.
Ugo amava le regole.
Sin da piccolo Ugo serbava il massimo rispetto per tutto ciò che era in qualche modo stabilito e cer-to. Ad esempio impazziva per quei pezzi di legno da far entrare nelle apposite forme, e mai si era azzardato a sperimentare il passaggio di una stella in un cerchio. E faceva castelli, o meglio, impilava cubi, di vari colori, catalogati, formando rassicuranti forme geometriche, precise.
E così aveva continuato nel corso degli anni, risolvendo con puntualità i problemi matematici di Pierino nel paese di Vattelappesca, imparando al volo le tabelline e facendo poche amicizie.
Si contavano sulle dita della mano i bambini con cui giocava a biglie o quelli che accettavano di scambiare figurine con lui.
A scuola Ugo studiava il minimo indispensabile per mantenere una media decente; non commetteva mai sgarri, né parlava quando non poteva, né si azzardava a chiedere a maestre prima e professori poi di andare in bagno durante un compito in classe. Non mancava mai alle lezioni se non in quei giorni in cui la febbre acuta lo inchiodava a letto. Un paio di volte gli capitò di fare la spia condannando ad un tre sul registro qualche compagno di classe che copiava o che tentava di leggere le scritte sbiadite, storte, disperate appuntate sul palmo della mano durante le interrogazioni.
Il tempo passava e nessuno aveva da lamentarsi più di tanto di Ugo, un ragazzo scrupoloso e assen-nato a quanto pareva.
Il primo schiaffo lo ricevette a diciotto anni, quando disse alla sua ragazza che era solo una bambina ben truccata e non sapeva come vivere.
«Fanculo, Ugo…» gli rispose fra le lacrime amare e salate che le portavano via il fondotinta.
Forse non era troppo incline ai rapporti interpersonali che prevedevano sentimento e amore gratuito. Ma Ugo non se ne curò, e finì per dedicarsi alla carriera. Diventò un ragionier-dottor-commercialista di tutto punto e tirò su uno studio pieno di clienti, iniziando dalla base, come semplice impiegato addetto alle fotocopie. Nemmeno a dirlo era preciso e puntuale nel suo lavoro, a partire dagli orari fino al rispetto di qualsiasi minuteria riguardante normative regionali, comunali, statali eccetera eccetera.
Il suo collega Gavino gli diceva: «Calmati, Ugo, rilassati, sii flessibile. Non puoi portarti nella tomba regole e regolamenti vari. Possiamo anche lavorare con meno stress no?!».
Ugo ottenne una promozione qualche mese dopo e quando ne ebbe il potere licenziò quello scansa-fatiche di Gavino che pretendeva addirittura di fare una pausa caffè di cinque minuti verso le quat-tro del pomeriggio.
Quando finalmente Ugo si fu sistemato dal punto di vista lavorativo, iniziò a pensare ad altro: anche per lui arrivò il momento di sposarsi. Era una regola del vivere comune dopotutto, una norma a cui l’allora giovane ragionier-dottor-commercialista non poteva tirarsi indietro.
Sposò una tale Genoveffa, avvocatessa in carriera, in un giorno di pallido sole autunnale. Il loro era un amore così così, a giorni grande, a giorni piccolo. Quanto previsto nel contratto prematrimoniale, voluto assiduamente da entrambi i futuri coniugi, si avverò pochi anni dopo.
Ci furono disguidi di modelli 730, modelli unici, cause perse dalla moglie, poco tempo per stare in-sieme e pile e pile di documenti da compilare. I due scelsero di separarsi per avere una casa ciascuno e più spazio per i loro affari.
Ma Ugo ancora non fu soddisfatto e cercò un’altra donna qualche anno dopo. Si sposò con una tale Anastasia, di professione notaio. Una femmina dalle spalle, e occhiali, quadrati, di sani principi e rispettosa di regole, gerarchie e potestà patriarcale.
Gli anni passarono e Ugo decise di fare due figli. Programmò il prima e dopo parto al millesimo, e lo fece con dedizione e passione. Insomma, quella della prole gli sembrava un’altra regola, non scritta, ma pur sempre una convenzione da rispettare. Aveva fatto tutto per stare in pace con la coscienza: lui e sua moglie erano in due, ed era giusto fare due figli per mantenere costante il tasso di natalità nazionale.
C’erano pochi mesi di differenza tra i due fratelli. Ugo aveva calcolato che seicentosessantatre giorni netti erano la distanza di nascita ideale per poter allevare insieme i figli con il minimo dispendio di energie. Il primo, Ignazio, entrò nelle forze dell’ordine appena ne ebbe l’età. Ereditò dal padre l’assennatezza, la volontà ferrea e il naso pronunciato. Il secondo, Azul, impazzì per la troppa disci-plina che gli veniva imposta e fuggì all’estero appena ne ebbe la possibilità. Finì a fare il fotografo e si dice che abbia ereditato gli occhi chiari dalla madre.
Ugo trascorse una vita serena… sì, insomma, precisa e serena… no, precisamente serena… anzi se-renamente precisa.
Arrivato all’età di settant’anni era ancora un uomo tutto d’un pezzo, integerrimo, che lavorava le sue otto ore al giorno. Dirigeva lo studio più famoso della regione e aveva decine e decine di sottoposti, addetti a fotocopiare, compilare, impilare pratiche, firmare documenti e spolverare l’ufficio.
Fino allora non c’era stato uno screzio, un piccolo strappo alle regole, nemmeno uno sgarro minu-scolo. Ogni azione era ponderata, misurata e valutata. L’unico gesto d’istinto, dettato, da chissà co-sa, fu il più sconvolgente della vita di Ugo.
Quel giorno era uscito un’ora prima da lavoro. Aveva sofferto non poco a spezzare il suo ritmo la-vorativo che andava avanti da anni e anni, ma doveva assolutamente passare dall’ufficio postale a pagare una tassa imprevista. Gli era proprio sfuggita, o meglio, quella nuova “tassa sulla precisione” che faceva pagare i contribuenti troppo puntuali era apparsa all’improvviso.
Ugo si ritrovò alla fine di una coda infinita e disordinata di gente, che ondeggiava qua e in là come un serpente inquieto in attesa della preda. Addirittura c’era chi si allontanava chiedendo ad altri di tenergli il posto. L’agonia di Ugo si protrasse fino ad un’ora prima della chiusura dello sportello “pagamento tasse impreviste” quando l’impiegato quattr’occhi appoggiò un grande cartello con la scritta “chiuso per sciopero inaspettato deciso sul momento”.
Il ragionier-dottor-commercialista si sentì ribollire la testa bianca (il colore aveva visto bene di an-darsene svariati anni prima dai suoi capelli) e uscì dal locale in preda ai dubbi. Non sarebbe potuto tornare a lavoro: dopotutto lo studio avrebbe chiuso di lì a quindici minuti e lui avrebbe impiegato, secondo suoi calcoli, ben ventidue minuti e quarantatre secondi a piedi e quarantasette minuti e trentadue secondi con l’autobus.
Mai avrebbe preso una simile decisione in condizioni normali, ma il non poter adempiere alla sua obbligazione tributaria a causa dello sciopero improvvisato dell’impiegato allo sportello e l’aver sprecato almeno un’ora di lavoro non lo rendevano in grado di vedere le cose con chiarezza.
Ugo decise addirittura di tornare a casa a piedi tenendo un quotidiano sottobraccio e assaggiando un nuovo alimento mai sperimentato: un gelato artigianale. Per non sentir rimordere la coscienza inoltre sarebbe andato allo sportello reclami del municipio a lasciare una nota scritta a proposito dell’indicibile comportamento di quello scioperato scansafatiche addetto al pagamento tasse.
Stracciatella, pistacchio e cioccolata: il ragionier-dottor-commercialista s’azzardò a mangiare un gusto verde e così dolce che mai avrebbe pensato d’ingurgitare.
Allo sportello reclami non c’era molta fila, anzi non c’era proprio nessuno. Tutti i cittadini avevano perso la speranza circa le lamentele sulla pubblica amministrazione. Ugo era l’unico che a intervalli apparentemente casuali, in realtà calcolati sulla base di un preciso algoritmo e su una “curva d’attenzione” scientifica, faceva visita allo sportello.
Ma aveva un gelato in mano e doveva sbarazzarsene: non poteva entrare nel municipio con un vol-gare cibo verde e marrone in pungo.
Un ben definito lumicino di ragione e coscienza intimò a Ugo di non mangiare tutto quel gelato freddo in un sol boccone, ma il rispetto religioso che nutriva per i luoghi pubblici e lo scombusso-lamento da tasse non pagate prevalsero.
E alla fine ingurgitò il gelato. Tutto.
Il suo stomaco si risentì, dapprima piano piano, con lievi mugolii, poi con roboanti brontolii che fe-cero vergognare non poco il povero Ugo. Ma il ragionier-dottor-commercialista intanto stava com-pilando i moduli per i reclami e non sentiva ragioni!
Mentre Ugo riempiva la colonna centrale elencando minuziosamente persino lo sguardo sospetto da assiduo perditempo dell’impiegato allo sportello tasse, lo stomaco ancora si faceva sentire, violento e inquieto come non mai. Il ragionier-dottor-commercialista non s’accorgeva d’aver l’esofago con-gelato e tutto l’apparato digestivo intorpidito e implorante. E scriveva e scriveva mentre le gambe iniziavano a tremare e la vista ad annebbiarglisi.
Ugo finì di compilare il documento, si prese tutto il tempo e concluse l’operazione con la sua firma compatta e precisa, rapido come a colpire con uno stocco dritto al cuore. Fu l’ultimo gesto: non a-veva più energie e senza accorgersene, svenne (ma con il cuore in pace per aver correttamente ma-nifestato il suo dissenso).

La vita di Ugo sembrava finita, spentasi come un cerino consumato lentamente senza un bagliore più di tanto luminoso, ma con un costante apporto di luce e calore.
Così non fu, perché il vecchio aprì gli occhi trovandosi adagiato su di un letto bianco d’ospedale. Vi rimase per molte ore e, tanto era occupato a pensare alle valutazioni estimative imprenditoriali dell’ultimo anno, nemmeno s’accorse del ragazzo che era entrato nella stanza. Aveva una pelle pal-lida e liscia, indossava uno smoking e portava lunghi capelli neri raccolti in una coda. Si fermò da-vanti al letto del paziente con le mani in tasca.
«Ugo, sono qui per una questione importante. Sai chi sono» disse.
Il ragionier-dottor-commercialista ancora pensava ai fatti suoi, fatti di adempimenti tributari e tasse pure troppo fantasiose per i suoi gusti.
Il giovane dette un colpo di tosse.
«Ehm… Ugo, sono venuto a prenderti. Non hai più tempo qui da trascorrere. La tua ora è giunta. Sono la meta ultima di tutte le cose, sono la Morte.»
Il vecchio smise di fissare il muro verdastro della stanza e squadrò il giovane.
«Considerando la tua figura nel complesso non ti immaginavo così, Morte» disse con la sua voce nasale.
Stava analizzando quella variabile misteriosa; per un attimo si chiese: “chissà come è la dichiarazione dei redditi della Morte?”. Poi continuò: «Di certo non ti facevo con la tunica nera e la falce, ma nemmeno così. Sembri uscita da un film che ho visto qualche mese fa con la mia nipotina. E chissà in quanti romanzi contemporanei ti hanno ritratta come un giovane vestito in maniera impeccabile.»
«Può essere, è un po’ che non leggo. Non piace nemmeno a me, Ugo, ma vedi, a questo mondo un po’ si è come si vuole, un po’ si è come si viene immaginati. Non so se mi spiego.»
Ugo scosse la testa, né sorpreso né atterrito.
«Devo portarti con me. Non senti già un dolorino acuto che punzecchia per tutto il corpo?» fece la Morte.
«Poco fa è passato un dottore, ha detto che godo di perfetta salute.»
«E invece non dovresti! Cioè… sì e no diciamo. Saresti dovuto morire anni e anni fa. Un tuo collega di lavoro, un tal Gavino se ricordo bene, preso da un eccesso d’ira per il licenziamento da parte tua avrebbe dovuto scompigliare il tuo schedario lanciandolo a terra. Tu saresti dovuto morire d’infarto alla vista di tutto quel disordine.»
Ugo fissò ancora quella giovane Morte dagli occhi impazienti. Si grattò leggermente il capo, poi passò entrambe le mani sui capelli per rimetterli a posto.
«Fa niente» disse la Morte, «l’analisi del dottore è sbagliata. È solo una finta, a breve il tuo stomaco implorerà pietà per quel gelato al pistacchio e tu verrai con me! Mi sono distratta, ma alla fine ti ho regalato anni e anni di vita. E ora uscirai di scena per colpa tua: prima o poi dovevamo incontrarci dopotutto».
Lì per lì Ugo non ci capì molto. Poi realizzò che se quella Morte lo avesse portato via il suo studio contabile, pluripremiato per professionalità e affidabilità, sarebbe andato a rotoli. Iniziò a bofon-chiare e dopo balbettii e puntini di sospensione vari pensò d’intraprendere la via legale: «Morte, sei stata distratta. Avresti dovuto farmi morire subito, quando dovevo. E se ti devo seguire, beh stai pur certa che sentirai parlare del ragionier-dottor-commercialista Ugo in un qualche tribunale dell’oltretomba!»
Era la prima volta che Ugo minacciava qualcuno, nella sua tranquilla e precisa vita non aveva mai avuto bisogno di ricorrere a simili mezzi. Tutto era sempre stato così ordinato che si era sempre tro-vato ad avere perfettamente ragione o terribilmente torto e non c’erano mai state incertezze in mate-ria.
La morte strabuzzò gli occhi e deglutì. Cercò di non darlo a vedere però. Un tribunale dell’aldilà in effetti esisteva, ed era pure inflessibile e severo. Ma era sempre stata fortunata poiché nessuno ne conosceva l’esistenza o aveva mai pensato alla possibilità di denunciare la fine ultima di tutte le cose per negligenza nel suo lavoro. Di certo non per un disguido che aveva regalato anni di vita.
«Ve bene» fece il ragazzo, «possiamo trovare una sistemazione per la tua anima, ma per il corpo non assicuro niente…»

***

In breve, Ugo morì e il suo non fu un funerale semplice.
Doveva essere qualcosa d’ordinario, che non uscisse dai normali schemi d’un banale funerale. Per problemi burocratici però il cimitero non poté seppellire la salma del ragionier-dottor-commercialista. Sembrava che il custode del camposanto avesse dimenticato di pagare la “TSSS” (tassa sulle statue seriose e sepolcrali) e che la polizia stesse provvedendo a stangare i cancelli sgangherati del cimitero e a chiamare ruspe per abbattere mausolei e angeli in pietra.
Mentre la vedova Anastasia piangeva un ragazzo pallido dai vestiti neri andò a salutarla.
«Oh, sei un caro ragazzo» fece lei, «come hai conosciuto il mio dolce Ugo?»
«Motivi di lavoro, signora.»
«Allora dovresti tornare al tuo ufficio. La gente del vostro settore è sempre così indaffarata» e la vedova riprese a piangere.
Il ragazzo si allontanò e ammise tra sé e sé, cupo in volto: «Purtroppo negli ultimi tempi è vero…».

C’era un’aria austera e ligia nell’aldilà. L’atmosfera pareva cambiata da quando era arrivato il nuovo impiegato allo smistamento anime.
Non c’era più gente che si assentava per andare a sbirciare il “mondo di sotto” (e soprattutto alcuni luoghi, tipo gli spogliatoi, del mondo di sotto) perdendo ore e ore di lavoro.
Non c’era più gente che svolazzava qua e là ridendo gioiosamente, o che acquistava ali piumate per vantarsene con gli amici.
E soprattutto la cassetta reclami era spesso piena. Insomma tutti erano spronati, o meglio obbligati, a dare di più.
Una sola, pignola, testarda anima era riuscita a far instaurare precisi orari di lavoro di ventitre ore e mezza quotidiane, servizi pubblici da svolgere e un efficiente sistema di riscossione tributi celesti.
L’anima di Ugo piangeva di gioia per quella impresa titanica, le altre dalla disperazione.
Da tasse e morte non si fugge. E poiché tutti prima o poi avevano a che fare col defunto ragionier-dottor-commercialista questi era ancora più ferreo nelle sue decisioni.
E lui mai l’ammise, ma potremmo dire con la certezza matematica che a lui piace(va) tanto che alla fine “morì felice e contento”.


Premio letterario Versilia Giovani 2009