Contenuti: OPERA
Narrativa
MOSTRUOSAMENTE
La stanza era completamente priva di luce. Là nel mezzo c’erano due terribili mostri tutti zanne e pelo arruffato: i loro occhi brillavano sinistri. Stavano fermi in piedi nelle tenebre come in genere ai veri mostri, a quelli duri, piace fare.
Si chiamavano Stag e Vic.
Stag era il più massiccio, con spalle larghe, braccia rozze e forti e busto sproporzionato rispetto alle gambe mingherline. Andava fiero della sua peluria blu e non perdeva occasione di vantarsene quan-do era in compagnia.
Vic era più smilzo, alto, slanciato. Aveva due corna che spuntavano dalla fronte, piccole e acuminate (in realtà si vergognava sempre della loro minuteria) e un pizzetto verde ben curato.
«Devi soffiargli dietro le orecchie quando sono al buio. Oppure… oppure passargli con gli artigli sulla pelle morbida, appena, appena» fece Stag. Il mostro socchiuse gli occhi con un fremito di pia-cere.
«Sì, e anche sgraffignargli cibo, o le cose luccicanti!» rispose Vic con la sua voce stridula.
«No, no e poi no! Idiota che non sei altro. La paura è un’arte… Devi muovere le porte quando sono socchiuse, quando producono quei dolci scricchiolii sinistri e si finisce per dare la colpa al vento. Devi fare rumore quando sei dentro un armadio o sotto un letto…»
«Va bene, capo. Non ti scaldare, capo.»
Ma il capo, il mostro blu, Stag insomma, non si stava scaldando. Il suo intento era quello di infon-dere la sopraffina maestria dell’incutere terrore in Vic e purtroppo il suo apprendista dimostrava di possedere poco acume.
A Stag piaceva così tanto far tremare le persone (cosa del resto naturale per un mostro) che non po-teva capacitarsi dell’ottusità del suo interlocutore. Forse era per quello che gli erano cresciute corna così piccole e pensava solo a sgraffignare caramelle e a curare il suo pizzetto verde.
«Devi vociare e gorgheggiare quando ci sono dei suoni più forti» continuò Stag, «devi essere una tremenda presenza di sottofondo. Ci sei ma non ci sei. Capito? Paura e mistero. Non puoi limitarti a spostare le cose o a bucare i calzini!»
Batté col pugno sul palmo mostruoso e continuò ancora con la sua lezione da incubo. Era come se recitasse una poesia quando parlava di atterrire uomini, donne e bambini, come se gustasse un cibo sopraffino quando descriveva minuziosamente come far venire la pelle d’oca ad un dodicenne.
«Ma lasciamo stare, va… Fammi un favore Vic, accendi il Grande Rettangolo e non pensiamoci più» e Stag indicò il gigantesco parallelepipedo vicino al muro.
Il mostro dal pizzetto verde scrollò il capo e si avvicinò ad una grande tavola nera, piena di protube-ranze dalla consistenza gommosa.
Stag gesticolava, scuoteva la testa e additava il compare come a dire “Muoviti stupido incompetente che non sei altro!”. Vic puntò il piede artigliato contro una di quelle protuberanze e fece forza. Il Grande Rettangolo pulsò di vita e suoni. S’illuminò tutto e iniziò a parlare.
“Altro incidente stradale del sabato sera, morti ragazzi non ancora ventenni. Due omicidi nella ca-pitale, ancora irr…”
Il mostro dal pizzetto verde venne scosso da un brivido. Stava per dire qualcosa ma l’altro lo inter-ruppe.
«Shh...» fece Stag, «sta arrivando qualcuno. Spegni il Grande Rettangolo, forza».
Vic reagì lento mentre il suo compare dalla folta peluria blu era già nascosto sotto il letto, in posi-zione ottimale per atterrire una possibile vittima. «Vic! Porcaccio il mostro! Te l’avevo detto di non accendere quel cassonetto! Muoviti, spegnilo» tuonò.
Ma il compare dalle piccole corna riuscì a mala pena a rintanarsi dietro un vaso nei paraggi.
Una bambina fece la sua comparsa nella stanza. Aveva appena salito le scale e stava preparandosi a tuffarsi nel mondo della sua cameretta. Aprì la porta e accese la luce; trovò il televisore in funzione. Ma quell’angolo di piacere personale, oasi di fantasiosa solitudine, fu allontanata da una voce squil-lante che arrivava dal piano terra. Era la madre e avvenne pressappoco un dialogo di questo tipo. O meglio, la madre mugghiava dabbasso e la bambina, Sara, con le sue lentiggini e le trecce chiare, sbuffava e ogni tanto si curava di dire qualche “sì” soffocato.
«Cambiati e dormi presto, Sara. Domani ti devi alzare per andare a scuola; non ho voglia tutte le mattine di doverti trascinare giù dal letto!»
«Lavati i denti mi raccomando, non ti curi mai!»
«Ehi, sento il telegiornale da qui. Avevi lasciato la televisione accesa? Lo sai quanto consuma? Sei proprio un’irresponsabile…»
«Ehm… sì mamma…» faceva la povera bambina con circa dieci anni sulle spalle e uno zaino da preparare per la mattina successiva.
Sara era ancora spaventata dalla scossa che aveva sentito durante il pomeriggio, ma probabilmente non era niente d’importante. Eppure il lampadario s’era mosso, poteva giurarci, e la sedia di legno aveva traballato. Il suo cuoricino s’era fatto piccolo piccolo per lo spavento, ma era durato solo pochi minuti.
La madre ancora tentava di riempire la testa di Sara con i suoi discorsi. Peccato che questa era chiusa ermeticamente nei propri pensieri, per fortuna della bambina.
«Sara… e butta via i tuoi mostriciattoli! Quei pupazzi sono orribili, e per giunta li ritrovo dappertut-to. Come mai stamani erano sul tavolo della cucina? Sara su rispondi, Sara… e perché non hai ancora spento il televisore?»
Le mani di Stag prudevano di brutto. Il mostro dalla pelliccia blu stava letteralmente mordendosi gli artigli cercando di trattenersi. Come avevano osato dargli del “mostriciattolo”? Di lì a poco Stag a-vrebbe sceso le scale e sarebbe andato a cantargliene quattro alla madre di Sara.
Dall’alto d’un cassettone era come se Vic vedesse il fumo uscire dalla testa del suo capo. Avrebbe dovuto fermarlo prima che commettesse qualche sciocchezza. Si spostò con cautela da dietro il vaso e si gettò giù dal mobile. Purtroppo per lui i mostri verdi non erano mai stati famosi per le loro doti atletiche e finì per inciampare. Cadde di sotto e si piantò al suolo. Qualcosa fece “click” all’altezza del suo collo e partì un suono molto forte: “Buuuuuh! Buuuuuh! Buuuuuh!”.
Stag afferrò Vic e lo trascinò sotto il letto. La madre ancora gridava dalla cucina: «Sara! Li senti? Sono i tuoi mostriciattoli, sono insopportabili quei loro rumori. Come mai li hai accesi? Domattina ti nascondo le pile…», poi sospirò: «Ah, bambina mia, ma perché non giochi con le bambole come tutte le ragazze della tua età…».
«’notte mamma…» fece Sara e accostò la porta. Era nel suo mondo a quel punto, chiusa dentro un ventre tiepido dove poteva stare un po’ in pace. Si cambiò e si sistemò le coperte, poi ne cercò il te-pore da sotto. Mancava ancora un po’ alla bella stagione e alle gite al mare con le sue cugine. Ma si sentiva inquieta, come se qualcosa di dannatamente palese fosse fuori posto.
Prese un sonno sottile, leggero, che s’interruppe poche ore dopo.
Nel cuore della notte aveva gli occhietti di nuovo aperti; stando ai numeri rossi della sveglia erano le due e trenta del sei aprile 2009.
Sara si rigirò nel letto, s’arruffò i capelli, si soffiò il naso, ma non c’era verso di riprendere a dormire. Decise d’alzarsi dal letto, piano piano, e di accendere la piccola torcia elettrica che teneva nel comodino, se per puro caso sua madre avesse visto la luce della stanza accesa a quell’ora sarebbe an-data su tutte le furie.
C’era solo una cosa che poteva scacciare quell’ansia inquieta dal petto di Sara: i suoi due mostri. Poco importava che sua madre dicesse che erano giochi da maschi, o che facevano rumori insoppor-tabili o che erano brutti. Erano i suoi due mostri e li teneva con sé da anni.
Sara cercò sopra i mobili, nell’armadio, nei cassetti. Alla fine li trovò sotto il letto, senza sapersi spiegare come vi fossero finiti. Fuori intanto si sentiva il vento e poi qualche cane che ululava, ma alla bambina poco importava ora che aveva tra le mani i suoi Stag e Vic.
Sara stringeva i due mostri e tirò su le coperte mentre li abbracciava; dall’antro caldo che s’era creata lasciò fuori solo il naso.
***
E poi ci fu la scossa. La tempesta di terra, il gigante in caduta, il poeta che descrive una tragedia.
Non importava quante storie si muovessero o quanti fili umani si intrecciassero. Alla fine restavano solo macerie di palazzi e vie notturne dilaniate come fossero di stoffa. Ma prima ci furono quei pochi istanti in cui ci si svegliava col cuore che scoppiava in petto per una paura ancestrale. Buio, scosse e terrore.
***
“Buuuuuh! Buuuuuh! Buuuuuh!” “Buuuuuh! Buuuuuh! Buuuuuh!”
«Giorgio, Giorgio! Vieni, sento qualcosa qui sotto! Scaviamo, su forza…»
«Ci sono, ci sono. Agh… forza, uff… su… c’è qualcosa, vedo una mano!»
«Fa leva là. Tiene ferme quelle gambe. Gesù… è una bambina…»
“Buuuuuh! Buuuuuh! Buuuuuh!”
«E quelli sono pupazzetti, ecco cosa faceva rumore.»
I due vigili del fuoco spostarono le macerie, sudarono, chiamarono soccorsi e una barella.
«Ce l’abbiamo fatta Giorgio. Un’altra salvata. Che c’è, che guardi?»
«Non lo so, accidenti non lo so, Giacomo. Non capisco quello che sta succedendo. E qualunque cosa sia accade troppo in fretta.»
«Cade tutto Giorgio, ci sono macerie. Siamo vigili del fuoco e facciamo il nostro lavoro. Semplice.»
«È grave. Tutti siamo in ginocchio e tra due mesi non si parlerà più del terremoto, dell’Abruzzo e di tutto il resto. Al massimo faranno una partita di beneficenza quelli della Nazionale Cantanti. O peg-gio qualche imprenditore ci speculerà sopra. Siamo sepolti, non lo capisci?»
«Ma che diavolo t’è preso? Non è questo il momento. Ora si piantano le tende, i volontari si muo-vono, noi salviamo le persone. Ce la possiamo fare, Giorgio. Chi cavolo se ne frega cosa ci sarà da qui a due, quattro o dieci mesi?»
«È solo che tutto è successo così… così…»
Delle urla nell’aria, il vigile del fuoco Giovanni Cabrozzi si voltò e rispose, poi si voltò ancora e scosse il compagno. L’afferrò per le spalle e lo fissò negli occhi, in quegli occhi che avevano visto cadere anche la propria casa.
«Forza! Io vado a dare una mano, su riprendi fiato un attimo e raggiungimi.»
E Giorgio rimase solo.
“Buuuuuh! Buuuuuh! Buuu…”
Il rumore si spense piano piano morendo in un lamento elettronico. I due mostri erano muti e di loro restavano unicamente macchie verdi e blu di pelo, plastica e circuiti stampati.
«È successo tutto così… così…»
Giorgio ancora bisbigliava tra sé e sé. In sottofondo era tutto un vociare, un urlio, un pianto corale, un rumore di scavare, di grattare, di scrollare via le macerie con le unghie, di polizia, di sirene, di soccorsi.
E lui restò fermo con le mani che sanguinavano per la foga con cui aveva strappato Sara da quella tomba prematura di sogni e certezze infrante.
«È successo tutto così… così… mostruosamente.»
Premio letterario Versilia Giovani 2009