Contenuti: OPERA

Chiara Cerri

Narrativa

Le voci di dentro

Sotto un cielo blu jeans, la cerniera si apre e un sole panciuto sfonda a colpi di raggi, le nuvole. 


Rino (scende dal camion, s’accende una sigaretta e da un calcio alla gomma di dietro) Glielo avevo detto io a quel deficiente di far controllare le gomme, ora come faccio? Oggi avevo anche i colloqui con i professori, tanto per andare a sentire che mi dicono di quel somaro di mio figlio. Vedrai che gliela faccio passare io la voglia di bighellonare tutto il giorno davanti alla playstation. Ma tu pensa se mi si doveva bucare proprio adesso la ruota del camion!
‘Fanculo, sai che faccio? Ora mi fermo in un bar, mi bevo una birra fresca e dopo ci penso.

Luana (fa un giro sulle punte dei piedi davanti allo specchio) Sono brutta come un rospo, ho la cellulite sulle cosce, sembro un budino. Faccio schifo, ci credo che nessuno mi guarda. La mia psicologa mi prende in giro, i miei amici pensano che sono matta. I miei genitori fanno finta di nulla e io mi gonfio sempre di più. Ho la pelle spessa come un’ ippopotamo gravido, devo fare qualcosa per dimagrire, almeno 10 chili.

Jacopo (firma la liberatoria per il tatuaggio e poi con le gambe tremolanti si mette seduto sul lettino e aspetta) Io me ne fotto se i miei s’ incazzano, ho diciotto anni. Cazzo, diciotto anni vuol dire che ho già vissuto un bel pezzo di vita e da ora in poi decido per me. Da ora in poi si cambia registro, smetto di studiare e mi trovo un lavoro. Giuro. Uno qualsiasi, per mettere su un po’ di soldi e andarmene da quel buco di casa mia. Smetto di sopportare i pianti di mia madre e di vedere quell’alcolizzato di mio padre girare per casa.
Ecco. Intanto mi faccio questo sul braccio. ‘Cazzo ne so, è una frase giapponese.
Significa: libero di volare come il vento, o qualcosa del genere.

Marta e Francesco: (seduti sul divano, lo schermo della tv da un telegiornale, gli occhi sono fissi in un punto impreciso a mezz’aria) Quando tua figlia sta scomparendo cosa puoi fare per impedirglielo? I pensieri, le mani, le parole vanno indietro a quando forse avresti potuto fare qualcosa di diverso, essere un genitore migliore. Ma la realtà è che ora non puoi fare niente, aspetti solo che tua figlia riappaia, da sotto quel cumulo di vestiti. Ti chiedi cosa è stato, ma non ti viene nulla. Solo finzione.
Ti viene solo da guardare in un’altra direzione quando la vedi arrivare.

Luisa (punta il carrello e le porte scorrevoli si aprono, luci al neon e una folla intorno, tutti a scegliere la foglia di lattuga migliore) E pensare che avevo quel bel ragazzo che mi veniva dietro, quello che piaceva tanto a mia madre, quello che si stava per laureare in Medicina. Chissà come sarei adesso se mi fossi messa con lui, chissà dove sarei e cosa farei. Invece, mi sono fatta fregare da quel gretto orso ciuccia birra.
Sissignore, se non fossi rimasta incinta col cavolo che lo sposavo.

Jacopo (fa finta di non sentire dolore, ma gli fa un male cane) Come dici? Ci manca solo che ora mi metto a piangere come una femminuccia? Ma che ne sai tu di me?
So resistere al dolore io, ne ho vissute di peggio. Per esempio, hai mai visto tuo padre che pesta tua madre? L’hai mai visto, eh dimmi, tu che fai il ganzo con quell’attrezzo buca carne in mano, l’hai mai visto?

Rino(muove la lattina nelle mani sudate di ferro e terra) Me la farei adesso quella dietro al bancone del bar, c’ha una faccia da porca. La faccia di una che se le dici di mettersi in un modo, lei ci si mette.
Sono le mie preferite quelle.
E poi c’ha la birra buona, mica cosa da poco.

Luana (prende la ciccia delle guance tra il pollice e l’indice e sempre allo specchio, si guarda con disgusto) Vedi questa carne qui Luana? Questa sembra proprio carne da macello, quella che si trova tutti i giorni in bella vista sul bancone del macellaio all’angolo della strada.
Ci vorrebbe qualcuno che ti affetta Luana, qualcuno che fa a fettine quelle palle rigonfie che hai al posto delle guance.

Luisa (tra lo scaffale dei pelati e quello del caffè) Io ero bella da giovane.
Anche ora potrei esserlo, se solo mi togliessi di dosso questi vestiti sciatti che puzzano uova e candeggina. Ora che ci penso ce l’ho io un bel vestito nell’armadio: quello rosso, aderente e con lo scollo davanti.
Ma dove ci vado? Eh, dove ci vado io con quel vestito?

Jacopo (si arrotola la manica sopra la spalla, spiaccica con fierezza uno strato di vasellina sopra il nuovo pezzo di carne sanguinante e si guarda in giro sperando che più gente possibile lo noti) Non era poi tanto doloroso, giusto un po’.

Marta (piange pelando patate, facendo finta che siano cipolle) Quando ero incinta e tutti mi chiedevano di che sesso eri, io dicevo sempre che eri femmina. Anche se con tuo padre avevamo deciso di non saperlo fino alla nascita: doveva essere una sorpresa.
Ma in segreto lo sentivo da come scalciavi che eri una femminuccia. Già forte e grintosa. Infatti, sei nata prematura di tre settimane. Non vedevi l’ora di spuntare dalla mia pancia per respirare aria di vita.
E allora vivi, tesoro. Vivi.

Luana (guarda la vetrina di un negozio) Eccomi qui tra la gente che luccica, faccio sempre finta che le cose importanti siano altre.
Che sciocchezza.

Luisa (si passa una mano sulle cosce e ci spalma su un po’ di crema) E’ che vorrei sentirmi desiderata. Nulla di che in fondo.
Magari una colazione a letto. Un bacio sulle labbra. Un ciao mamma come stai.
Io chiedo troppo.
In fondo, ho solo un’altra cena da preparare e poi finisce anche questo giorno.

Francesco (con gli occhi fuori dalle orbite disegna cerchi di differenti misure su un foglio) Ecco si, diciamo che se trovo la formula giusta divento ricco. Non ricco, famoso. E finalmente qualcuno si potrà accorgere di me. Divento inventore di una scoperta sensazionale. Mica tappi di bottiglie. Qui si fabbrica energia e a basso costo.
Chissà Luana come sarebbe contenta di avere un padre inventore.

Rino (da una pacca sul culo di sua moglie) Che in fondo in qualche modo glielo dovrò
pur far capire che le sono affezionato.

Marta (posa un piatto sul tavolo e si aggiusta il grembiule) Lui non sa amare è questo il problema. E’ come uno di quei cani randagi a cui non è stato insegnato niente, vagano per le strade in cerca di una carcassa da sbranare e poi se ne tornano in quel posto caldo che hanno scelto come casa.

Jacopo (sbatte la porta di camera sua ignorando le urla di suo padre) Niente, in realtà non è cambiato niente. Mi sento ancora intrappolato come un pesce rosso che nuota in un minuscolo vaso di vetro.

Luana (seduta sul bordo della vasca punta una lametta lungo la gamba, fino a che non ne esce un rosso rivolo liquido di sangue) Io non è che non voglio vivere è solo che voglio forgiarmi per diventare qualcun altro. Come i bruchi che diventano farfalle, ecco io sono un brutto bruco che deve soffrire.

Rino: (dopo aver scopato con sua moglie) In tv oggi non cera niente di bello.
Il 45 per cento dei corpi era uguale a quello di ieri.

Luisa: (seduta su una sedia) Vorrei regalarti i miei occhi, bambina mia, per farti vedere quanto sei bella, vorrei prestarti la mia bocca per succhiarti tutto il male che ti riempie le ossa.

Francesco (soffia fumo dalle radici) Io faccio del mio meglio, non faccio mancare nulla a nessuno, potrei anche lasciarle. Invece. Che male c’è se ho un sogno?

Luana (alle 22.00 di notte raggomitolata sulla poltrona)
Avrei voluto qualche carezza in più.
Niente di più complicato, lo so.

Jacopo (si fa una foto col telefonino) Domani me ne faccio un altro, e poi un altro ancora, finchè in tutto il mio corpo non ci sarà più un centimetro di pelle libera.

Marta (chiude un libro) Domani piove, lo so.

Francesco (sorride) Un giorno qualcuno dovrà prepararmi una festa.

Rino (punta il telecomando alla tv e infila le dita unte nel sacchetto con la scritta Pai) Domani torno in quel bar, eccome.

Luisa (fa un giro di 180° tra le lenzuola).

Luana (scrive sul diario) Domani compio vent’anni e potrei anche morire.


Premio letterario Versilia Giovani 2009