Contenuti: OPERA

Laerte Neri

Narrativa

Racconto la mia giornata

E’ stato un tonfo, un tonfo forte e sordo. Mi si gela il sangue a pensarci.
Le macchine stavano in fila, ferme. Io e Laura siamo scesi, per capire cosa stesse succedendo. E dopo pochi istanti quel tonfo.
“E’ un ragazzo giovane” dicono. Non guardo in quella direzione.
Torniamo indietro, alla macchina.
Laura ha gli occhi bassi, le prendo la mano.

All’aereoporto i suoi amici la stanno aspettando. Corriamo al check-in.
“Che è successo?” ci chiede Matteo quando ci vede arrivare.
“Un ragazzo si tirato di sotto dal tetto della chiesa.” Rispondo.
Poi Laura mi viene incontro, mi abbraccia: “Ti chiamo appena arriviamo”.
Le do un bacio e la saluto.

In macchina metto un cd che ho scaricato da internet.
E’ un gruppo islandese, si chiamano múm e fanno musica elettronica.
Mi sembra di star dentro una bolla, fuori dalla realtà.
Avrei voglia di chiamare qualcuno, di parlare, di fumare una canna, ma alle tre di martedì notte tutti i miei amici stanno dormendo.
Arrivo a casa, fumo una sigaretta e mi stordisco su internet.
Laura starà via per una settimana, penso prima di addormentarmi.

Giovedì sera ho una cena con Melania.
Doveva esserci anche Giacomo ma poi ha avuto un imprevisto di lavoro, domattina deve alzarsi alle cinque e ha deciso di non venire.
Melania si veste quasi sempre con dei colori chiari, anche la sua pelle e i suoi occhi sono chiari.
Ci conosciamo perchè abbiam fatto l’università insieme.
Parliamo di lavoro e le dico che mi piacerebbe aprire un edicola.
“Come, con tutto quello che stai facendo, un edicola?” Mi chiede.
“Sono stufo di tutti i casini. Quand’ero piccolo leggevo un sacco. Avevo il Corriere dei piccoli, Topolino, i Fantastici Quattro, Il Guerin Sportivo. E’ un mondo rassicurante quello dell’edicola”.
Lei ride, poi mi guarda negli occhi e dice: “E’ un momento”.
Faccio si con la testa.

Beviamo vino bianco e le racconto del ragazzo che si è tirato dal tetto della chiesa.
“Dicono che quando muori così la tua anima si scolla all’improvviso dal corpo. Rimane accanto al tuo corpo, lo vede e non capisce. Vede il tuo corpo morto, intendo. Dev’essere una sensazione stranissima.”.
E’ un pensiero che non direi a chiunque, mi sembra stupido, ma a lei ho voglia di dirlo, non ho paura del suo giudizio.
Melania mi guarda, poi apre bocca: “Non è per niente facile star qua, su questa terra” dice. Appoggia la sua testa sulle mie gambe, e le accarezzo i capelli. Se Laura mi vedesse ora farebbe una scenata.

Poi mettiamo su un film. Si intitola “Graceland”, ed è la storia di due tizi, Jim e Cate, che fanno alcune rapine e poi scappano via da tutto. Passano da uno Stato all’altro degli Stati Uniti e cercano di godersela il più possibile: vanno nei musei, leggono, fanno l’amore, ballano, conoscono gente e viaggiano. Alla fine la polizia li trova, e li arresta. Nell’interrogatorio finale Jim racconta al commisario che sapeva che sarebbe andata a finire così, che lì avrebbero arrestati e tutto il resto, ma che andava bene, che per un po’ volevano vivere in Graceland, volevano essere liberi e felici, e questo era il prezzo da pagare.

La mattina dopo mi sveglio sul divano di Melania.
Lei non c’è, è andata al lavoro.
Decido di andarmene in biblioteca, non so se a leggere o a scrivere.
Mi siedo al primo tavolo libero e comincio a sfogliare il giornale.
C’è un trafiletto in cui parlano del ragazzo che si è buttato.
C’è scritto il nome e l’iniziale del cognome, dicono che sono ignoti i motivi del gesto. Il ragazzo lavorava in una pizzeria e aveva ventitre anni. Il pomeriggio ci sarebbero stati i funerali.
Mi metto a scrivere una serie di parole in fila. Quando voglio scrivere ma non so cosa faccio così: metto insieme le parole, anche se mi sembra che non abbiano un senso. Le scrivo e le rileggo. Spesso capita che fra queste parole ce ne siano alcune che non sono casuali, che in qualche modo sono il filo rosso di una possibile storia.
Mentre sto rileggendo mi si avvicina un bambino coi capelli rossi.
“Fai un tema?” Mi chiede.
“Ci provo”.
“Anche la maestra ci fa fare il tema, a scuola”
“E ti piace?”
“Non tanto. Che tema scrivi?”
“Non so ancora che titolo dargli”
“La maestra come titolo ci ha dato: Racconto la mia giornata.”
“Come ti chiami?”
“Martino”
“Sei solo Martino?”
“No, i miei compagni sono di là. Ad ascoltare la storia.”.
“Che storia ascoltano?”.
“C’è una ragazza che racconta le favole”.
“Bello”.
“Mmm... io mi annoiavo”.
“L’hai detto alla maestra che sei qui?”.
“No”.
“Forse dovremmo”.

Martino fa si con la testa. Mi alzo e gli do la mano, e lo accompagno nel settore della biblioteca riservato ai bambini. Ci sono tutti i suoi compagni di classe in cerchio, che ascoltano una ragazza che racconta una storia. La maestra quando mi vede arrivare ci viene incontro, rimprovera Martino e mi ringrazia. Le dico che non c’è problema, e mi metto da una parte ad ascoltare la fine della storia. I bambini sono molto attenti, e alla fine della storia fanno un applauso. Martino, che nel frattempo è tornato nel cerchio, mi guarda. Io la saluto, lui sorride e fa ciao con la mano. Ha gli occhi di un bambino sereno.

Poi vado nel bagno della biblioteca, apro l’acqua del rubinetto e mi guardo allo specchio.
E piango.


Premio letterario Versilia Giovani 2009