Contenuti: OPERA
Narrativa
Coscienza sociale
I
Mi sono svegliato stanco stamani. Ho fatto una rapida colazione, senza rinunciare al mio tè quotidiano con quattro, cinque biscotti secchi con marmellata, preferibilmente di albicocche; poi sono uscito di casa, ho preso la mia vespa del '74 e via, in strada. Oggi è proprio una bellissima giornata luminosa, di quelle che garbano a me, ma in realtà un po' a tutti, essendo la classica giornata di metà maggio, una di quelle giornate in cui puoi prendere la vespa e partire, andare per vie piene di curve su per le colline, respirando aria che solo là è possibile assaporare; oppure attraverso i campi, sterminati e gialli, immensamente magnifici, dove è possibile perdersi con gli occhi e con la mente, senza pensare ad una specifica situazione, ma riflettendo piuttosto sui nostri desideri e vecchie malinconie. Ma in realtà ciò che vedo appena imbocco la strada davanti casa è tutto ciò che non vorresti vedere e sentire, soprattutto in una di queste giornate di maggio, dove quello che ti aspetti sono campi gialli e colline, non traffico e schiamazzi. L'arrivo alla stazione è traumatico: li vedo già lì, schierati ed uguali, pronti a salire su quel treno che tra poco meno di dieci minuti dovrebbe arrivare. Le sigarette accese, la banalità delle conversazioni è agghiacciante; la scena dinnanzi a me è esattamente quella che durante il breve tragitto in vespa mi era immaginato di trovare: gruppi di persone che parlottano tra loro delle cose più idiote e scontate che sia in grado di immaginare; oggi è lunedì e quindi l'argomento principale delle conversazioni è il calcio, ma non il calcio inteso come puro sport, fatica e sudore, aggregazione ed emozioni, ma piuttosto la patetica rivalsa sull'altro, argomento di disputa e di sopraffazione. Le ragazze, escluse dal discorso da un non scritto codice comportamentale, concentrano la loro attenzione sulle sigarette accese. Ed è ora che ha inizio la mia recita. Infilo la mia quotidiana maschera ed inizio ad essere non ciò che credo o sento di essere, del quale infatti non sono affatto certo, ma piuttosto il personaggio che negli anni mi sono costruito e che questa società ha ormai assuefatto e dal quale si aspetta determinati comportamenti e risposte. La sigaretta è già accesa tra le dita della mano destra, saluto il gruppo e quelli ricambiano. Il ricordo confortevole del tè e dei biscotti con la marmellata è ormai svanito a causa dell'irruzione nella mia mente attraverso l'apparato uditivo di nozioni del tutto inutili dal mio punto di vista.
-”Ennesima batosta,e h?”m-i d omanda uno di loro.
-”Come,sc usa?”fa-cc io io, cercando disperatamente di trattenere il ricordo dell'ultimo biscotto nella mia mente.
-”Oh,m a che cazzo c'hai?Ie ri,la partita.”.-r.is ponde lui deciso.
Proprio in questi momenti il mio personaggio vacilla maggiormente, quando sono in forte sintonia con il vero me stesso, o perlomeno quello che credo e sento di essere. Forse. Mi ero scordato che il personaggio prevede di tifare per una squadra di calcio, ma la mia scelta fu sbagliata. La mia squadra è il Siena, la squadra della mia città, dove vivo insieme alla mia famiglia. La squadra non mi da grosse soddisfazioni, perdono spesso, ma che vuoi farci? Ormai la scelta è stata fatta.
-”Sì, sì. Ho visto. Partitaccia...”- rispondo. Ma ormai la discussione verte oltre, altre squadre ed altri risultati; sono tagliato fuori. Negli ultimi mesi, più precisamente da quando ho iniziato il secondo anno di università, ho notato che tradisco molto più frequentemente il mio personaggio e questo accade perché sono sempre più spesso all'altro me stesso, quello che credo e sento di essere. Stanno riaffiorando in me , negli ultimi mesi, dei ricordi di quando ero bambino, ricordi belli e felici, ma spesso anche contornati di solitudine e malinconia. Non mi sono mai sentito come gli altri bambini da piccolo; infatti non giocavo a calcio, non andavo con loro in centro o in giro per la città a fare scherzi, ma preferivo prendere la mia bicicletta e fuggire, uscire dalla città, addentrarmi nella campagna e, da solo, sognare ciò che desideravo, ovvero di essere il guerriero intrepido e coraggioso di un film o di un libro, oppure di trovare in quei campi aperti e gialli, lei, la ragazzina con i capelli biondi e gli occhi azzurri e con lei correre e giocare, per poi sdraiarsi sopra l'erba di un prato verde, fuori dal mondo e da tutto, riprendere fiato e con gli occhi rivolti al cielo di maggio verso le sette di sera, quando è possibile assaporarne tutta la magnificenza, e a quel punto prenderla per una mano, voltarsi e baciarla con il più puro dei baci, circondati da quella natura stupenda ed odorosa, che solo nelle sere di maggio è possibile assaporare. Ma proprio dopo questi magnifici pensieri la mia mente tornava alla realtà e a ciò che ero: un piccolo sognatore, incredibilmente solo e non compreso dai suoi coetanei. Persino quella ragazzina, simbolo della mia speranza e dei miei sogni non mi capiva. Preferiva fare la stupida con un ragazzino di dodici anni, più grande di me e di lei, che ne avevamo dieci.
-”Tra due anni avrò il motorino, ma so già guidarlo”- diceva spesso questo piccolo fenomeno -”e ti porterò in giro con me.”- Io osservavo queste scene impotente con la mia bicicletta di fianco, fuori da scuola o al parco, dove i ragazzini della mia scuola si ritrovavano il pomeriggio. Allora io chiamavo il mio fratello, più piccolo di me di due anni, e tornavo a casa, soffrendo. Non capivo perché non ero come tutti gli altri, perché non potevo fare lo stupido con tutte le ragazzine della mia classe, invece di fuggire con la mia bicicletta e stare da solo a sognare. Proprio per questo negli anni del liceo poco a poco cambiai me stesso, divenendo meno sensibile e solitario e conformandomi con gli altri ragazzi. Anche se ebbi la mia vespa solo a sedici anni, anche s e facevo pena a giocare a calcio (avevo dovuto iniziare; tutti lo facevano), anche se prendevo botte a scuola e venivo sistematicamente preso in giro per la mia diversità, verso i diciotto anni riuscii a farmi accettare dalla massa. Non ero esattamente come loro, spesso infatti mi connettevo con la mia vera personalità, ma dopo le botte, il calcio, le prese in giro, le sigarette, le sbronze, la discoteca (che odiavo), i baci con ragazze che non mi garbavano, ma che dovevo baciare perché altrimenti ero un frocio, come dicevano loro, riuscii ad essere perlomeno accettato. Iniziò così il periodo che sto vivendo, un periodo falso in cui un'altra personalità sta usando il mio corpo e il mio tempo; non lasciandomi la libertà di fare ciò che volevo e sognavo. Il fischio del treno mi riporta al presente. Il treno è arrivato, è già dinnanzi a me me grosso e rumoroso ed appena salgo ne respiro il caratteristico odore di chiuso e di non so cosa, che però ho riscontrato in quasi tutti i treni su cui sono salito, almeno per quanto riguarda quelli italiani. Partiamo mentre stiamo cercando posto: siamo in quattro ma troviamo solamente tre posti vicini ed uno più in là, tra dei vecchietti dall'aria simpatica, con un sacco di valigie. Gli altri mi guardano, sanno cosa sto per dire e per fare.
-”Ragazzi,se detevi pure qua,tu tti insieme.Io mi sederò là, non preoccupatevi.”- Loro in realtà non si preoccupano minimamente; infatti, conoscendo la mia attitudine a star da solo. Si stavano già sedendo e si limitano a fare degli strani gesti di approvazione. Io intanto mi dirigo verso il posto che ho adocchiato ed incontro lo sguardo, tutto fuorché simpatico dei vecchietti.
-”Posso?”d-om ando. Loro non si sforzano nemmeno di rispondermi, ma un signore con dei grossi baffi si limita a farmi un cenno con la mano. Stanno viaggiando insieme, il signore e, capisco dopo pochi minuti di viaggio, sua moglie ed un'amica; avranno circa sessantacinque anni, ma specialmente il signore ne dimostra almeno una decina in meno: è grande e grosso, con una faccia rotonda e rossa e sta leggendo il quotidiano locale. Le signore, entrambe molto ben curate, stanno intanto parlando di argomenti abbastanza frequenti in una conversazione tra donne anziane.
-”Ti ho per caso detto cosa ho visto durante la gita in pullman a San Gimignano?-fa una, rivolgendosi con aria improvvisamente agitata all'altra che,so rpresa dall'amica,si volta di scatto,q uasi spaventata.
-”No,n on mi hai detto niente.C osa hai visto?”ri-sp onde l'amica, ancora sorpresa dall'altra.
-”Non ci crederai mai ma,sa i la vedova Arnolfini,q uella signora che perse il marito giusto un paio di anni fa?B eh,e ra accompagnata da un uomo,ch e non conosco.M a dimmi te come va il mondo”- sentenzia la vecchia. Un certo disgusto per la conversazione mi sta salendo dallo stomaco in su, verso la testa. -”Ma cosa mi dici?S tai scherzando,sp ero.A nche lei ha la sua età, avrà già sessant'anni perlomeno. Ma cosa fa, si confonde ancora con gli uomini? Non le è bastato portare in giro il marito per anni facendogliene di tutte alla spalle? Non so proprio cosa dire.”- risponde incredula l'amica.
-”Eh sì, anche io non so proprio cosa dire. Infatti...”- e qui le parole della donna vengono interrotte da un'altra voce, una voce di ragazzo, sui vent'anni.
-”Infatti cosa? Non aveva detto che non sapeva cosa dire? E anche lei se non sbaglio aveva perso le parole.Q uindi per favore,n on parlate proprio più. Anzi, sapete cosa vi dico? Fate pure quello che volete. Io vado da un'altra parte. Buona giornata”- I loro volti sono sorpresi; mi alzo e vedo con la coda dell'occhio un accenno di reazione da parte dell'uomo, che però si esaurisce subito. Sto camminando per il corridoio del treno e ancora non mi rendo conto di cosa ho fatto. Le parole mi sono uscite di bocca spontaneamente, non ho potuto bloccarle. Trovo un altro posto, in un'altra carrozza. Mi siedo e chiudo gli occhi. Oggi c'è proprio qualcosa che non va, qualcosa di strano. Non sono più lo stesso di ieri. Il viaggio verso Pisa, dove si trova la mia facoltà, è ancora lungo; dopo un paio di fermate vedo scendere quei signori anziani e mi rendo conto che ho ancora addosso un po' di adrenalina e mi sento notevolmente agitato. Non ce la facevo proprio più ad ascoltare quell'orrida conversazione, mi sembrava di averla ascoltata già mille e mille volte ancora, in altre situazioni e contesti. Ma come si può parlare così? Come si può essere tanto meschini e viscidi? Sono ancora disgustato. Eppure, ricordo, in passato avevo subito conversazioni di quel tipo ben più lunghe, impassibile, magari contribuendo pure con qualche sorrisetto idiota e complice. Come quando venivano a cena a casa mia conoscenti dei miei, oppure tra i banchi di scuola, quando qualcuno parlava alle spalle di un altro, oppure lo prendeva in giro. Mi rendo presto conto, mentre il treno scorre veloce tra questi bellissimi campi, che il disgusto prima provato, e che in parte provo ancora, non era tanto per quelle persone che conversavano tra loro di argomenti tanto stupidi e superficiali, ma piuttosto riguardava me e tutti quegli anni passati ad ascoltare passivo certe conversazioni,a d assistere a certe situazioni,m agari contribuendo con stupidi commenti o ammiccamenti. Quando scendo dal treno non ce la faccio veramente più, penso di scoppiare. Aria. Ho un gran bisogno d'aria, di respirare a pieni polmoni. Mi viene il gesto istintivo di prendere una sigaretta di accendermela e fumarla, secondo copione: ma non lo faccio, ho troppo bisogno d'aria fresca che mi permetta di riprendermi. Ormai sono all'entrata di piazza Dante e già scorgo in fondo a questa l'ingresso della facoltà di Lettere, dove mi sto dirigendo. Sono al secondo anno di Lettere Moderne, abbastanza in pari con gli esami, un paio di trenta e sempre molto interesse per quello che studio. La mia è una facoltà spesso accusata, ritenuta non paragonabile ad una come Medicina o Architettura. Coloro che disprezzano chi non studia per una prospettiva di facili guadagni, come il mio dentista per esempio, dall'alto dei suoi due rolex allacciati contemporaneamente ai due polsi,cr edo che si sbaglino:ch i frequenta questa facoltà
non lo fa per diventare un uomo d'affari o un ricco sessantenne circondato da donnine ammiccanti, un prototipo berlusconiano in miniatura, ma per amore della conoscenza o per certe intime emozioni, impossibile da decifrare. O almeno così dovrebbe essere. Ma improvvisamente mi rendo conto della situazione in cui sono immerso; persone che non sanno cos'è questa ricerca della verità, ragazzine che mentre frequentano questi corsi intanto sanno già cosa fare della loro vita, ovvero trovarsi uno di quegli uomini d'affari di cui parlavo precedentemente. Che c'è di meglio dell'avere una donna di servizio, settimane bianche, vestiti e figli firmati? Il marito ti mette le corna? Pazienza, tanto gliele metto anch'io. La società in cui viviamo è falsa, illusoria e in declino? Pazienza, tanto a me non me ne frega proprio nulla di cassintegrati, scioperi, morti ammazzati dalla Mafia o dalo stato. Niente proprio niente. Oppure noto certi personaggi che giocano a fare i rivoluzionari, che riempono le loro bocche di parole anacronistiche, piazzandole nel contesto attuale. “Rivoluzione proletaria”, “lotta di classe”: ma cosa state dicendo? Oggi viviamo in un paese dove l'operaio vota un grosso imprenditore solo perché quest'ultimo lo ammalia con le sue donnine, le sue macchine, il suo potere e gli fa credere che emularlo è possibile, che anche se sei un operaio puoi avere queste cosa. Dov'è la coscienza di classe? Che rivoluzione può essere attuata se proprio i proletari sono attratti da queste prospettive borghesi, da questi vizi capitalistici? Improvvisamente mi sveglio. O meglio ero sveglio, ma era come se stessi avendo un incubo. Sono fermo nel mezzo dell'atrio della mia facoltà, circondato da gente che sale e scende le scale, che esce e che entra nell'edificio. Sono immobile, lì nel mezzo della grande stanza, sconvolto dal turbinio di pensieri che mi ha appena travolto. Non avevo mai pensato a tutte quelle cose insieme, essendo troppo distratto da cose inutili. Mi avvio per le scale dando un'ultima occhiata là in basso, a quelle persone così strane,così lontane. II La lezione si è svolta normalmente stamattina. Subito dopo la fine mi dirigo verso la biblioteca di Giurisprudenza visto che, come al solito, quella di Lettere era piena come al solito di studenti impegnati a sottolineare con colori accesi testi fotocopiati di filologia o linguistica.S tamattina c'è una bella e fresca brezza a Pisa; passando per piazza Dante noto, sulla sinistra un nutrito gruppetto di ragazzi e ragazze, seduti ai tavoli di quel bar frequentato soprattutto da studenti di Filosofia. Li osservo mentre cammino, rallentando semplicemente il mio passo, fino ad ora abbastanza spedito.S igarette e caffè, vari accenti di persone provenienti dai più disparati dell'Italia, soprattutto meridionale. Li osservo e non capisco: sembrano proprio il ritratto di quelle persone che tanto dicono di odiare; stanno appunto parlando di borghesi, lotta di classe e potere al popolo. Parlano. Ma cosa fanno? Dicono cosa ovvie, fumando e somigliando proprio a quei borghesi dai quali vogliono distaccarsi, vestendosi in modo a loro dire “alternativo”, finendo così per essere tutti esattamente uguali. Ormai li ho superati. Lancio un'occhiata al bar dinnanzi alla facoltà di Giurisprudenza: anche qua ragazzi tutti simili tra loro, firmati, volgari come solo l'ostentazione sa rendere. Li scruto velocemente; non ho più tempo da perdere stamani: entro in biblioteca. In biblioteca cerco di studiare, ma non è facile con tutte le persone che passano, ogni minuto, una dopo l'altra. Sto leggendo un libro, non per un corso che devo seguire, ma una scelta puramente personale.“Le ceneri di Gramsci” sono sotto i miei occhi; le pagine del volume aperte. Accanto ho un piccolo quaderno nero dove scrivo qualche appunto e un paio di testi critici. Ecco, finalmente ce la faccio: sono concentrato, la lettura procede fluida spedita. Scrivo note, torno sul testo, rileggo. Per una ventina di minuti tutto sembra andare per il meglio,fi no a quando sento una mano sulla mia spalla.M i giro di scatto,q uasi spaventato e subito vedo le facce degli amici che mi spingono ad uscire,d i scendere giù al bar a bere un caffè. Torno con la mente a qualche mese prima e mi vedo nella stessa scena, stessa identica situazione. Stavo studiando filologia, ma quel pomeriggio mi convinsero ad uscire, complice la bellissima giornata, e passai tutta la giornata parlando di inutili cazzate,fu mando sigarette seduto ad un tavolo di quel bar dove ora vorrebbero condurmi nuovamente.P erché lo feci? Perché sprecare la mia vita tutti i giorni non pensando a ciò che intorno mi accadeva? Come quando mi capitava di passare tre ore davanti alla televisione, passando dalle notizie sportive ai cartoni animati, stordito da quell'inutile massa di notizie riguardanti le condizioni muscolari di quel giocatore o il possibile trasferimento di un altro. Di colpo apro gli occhi e capisco che ormai non sono più come loro, sono diverso. Mi rendo conto di voler capire chi siamo, cos'è la nostra società e dove sta andando a finire. Mi rendo conto di amare ciò che leggo e altro ancora, come starsene in silenzio a riflettere. -”No,o ggi no.”-ris pondo. Loro insistono, dicendomi di non riconoscermi più. -”Appunto,a ndate pure.”-ris pondo nuovamente guardando le loro facce perplesse e li osservo finché non escono dalla biblioteca. Nella mia mente si stanno delineando linee future, una coscienza civile mi inebria. Mi rendo conto di come milioni di ragazzi, sì proprio loro, non capiscano cosa ci sta accadendo, l'omologazione ...tutti uguali...sospesi...tutti calciatori e veline. Una forte sensazione di disgusto mi sta attorcigliando lo stomaco. Non resisto più, vorrei gridare. E grido.
Premio Letterario 2008