Contenuti: OPERA
Narrativa
Sala d'attesa
Bastano 30 minuti, così ha detto. Giovane, affabile, avvolto nel fascino del suo camice e da un’ombra di tristezza: “Con questo nuovo test bastano 30 minuti per il risultato, attenda pure di là”. 30 minuti. Mi siedo. È strano come le sale d’attesa degli studi medici si assomiglino tutte: stesso odore vuoto, stessa luce bianca. Ambienti sterili e irreali, un limbo in cui aleggia la preoccupazione che i volti degli astanti tentano di dissimulare nascondendosi tra le pagine di una rivista di arredamento. L’occhio all’orologio – ancora 28 minuti – la mente al risultato del nuovo e infallibile test, tento di distrarmi. Ricerco qualcosa di terreno in quella stanza, mi concentro sugli oggetti e sulla loro disposizione e tento di rintracciarvi un’impronta umana: individuo il momento in cui qualcuno ha deciso di mettere le sedie su tre lati o poggiato sul tavolo basso quel vaso di vetro blu e immagino una donna snella che un giorno ha smesso di comprare rose fresche per sostituirle con gli orrendi fiori finti che svettano sui loro steli di plastica. Nell’osservare la scarsa grazia di quei fiori mi pare di star meglio, è strano quanto il brutto e il banale a volte siano di conforto, d’altronde non c’è niente di più vero e più quotidiano. La normalità, quello che ho sempre rifuggito e che in questo momento desidero più di ogni altra cosa: una casa arredata con mobili di recupero, un marito dall’aspetto slavato che mi prepara il caffè riscaldandolo, amici noiosi, un lavoro d’ufficio. Continuo a cercare con gli occhi. La vista del tappeto sul pavimento, circolare, peloso e verdognolo alla fine mi placa per un attimo. 26 minuti. Alla parete di destra una riproduzione di Hopper, una delle opere più famose, raffigura un bar con un’enorme vetrata che fa angolo su una strada deserta, al bancone un uomo e una donna serviti dal barista, un altro cliente seduto di spalle. La fisso imbambolata: una scena spaventosamente tranquilla, di un’immobilità agghiacciante, il silenzio di quell’immagine mi fa fischiare le orecchie. Mi riscuoto, ancora 24 minuti. Torno con gli occhi alla parete, al bancone adesso ci siamo io e Marta, la sera del nostro ultimo incontro. “Una donna innamorata è capace di tutto” così Marta mi annuncia che l’indomani sarebbe partita per Osaka. Io e Marta siamo amiche dai tempi delle elementari, un’amicizia che non ha mai avuto bisogno di tanti discorsi, di bacetti sulle guance e di sms “tanto per mantenere i contatti”. Il contatto c’era comunque ed anche se ci rivedevamo dopo 3 mesi di silenzio, si ripartiva da lì, come se ci fossimo lasciate il giorno prima, senza mai una punta di rancore perché l’altra non si era fatta sentire per un po’. Vite diverse, impegni diversi, città diverse. Mentalità uguale. Almeno così credevo. “Ho capito che non posso stare senza di lui, ieri mi sono licenziata, domani vado a cercarlo.” Sono rimasta senza parole. Noi che ci siamo sempre vantate di non dipendere dagli uomini, noi che abbiamo sudato per ottenere il lavoro che più ci piacesse ed abbiamo lottato per non avere bisogno di nessuno! Noi, uniche rimaste, Marta, come puoi andartene così? “Lo so che adesso non puoi capire, non sei mai stata veramente innamorata tu, ma quando ti capiterà sarà sconvolgente e sarai disposta a tutto.” Stavo per controbattere che no, io non avrei mai sacrificato così tanto per un uomo, ma Marta continuava a parlare e gli occhi le brillavano di un chiarore sincero, era animata da un’energia e una determinazione smisurate, che non avevo mai viste in lei. Era già partita, ogni mio dissenso non sarebbe servito a farle cambiare idea, dissi solo: “I giapponesi sono tutti uguali, come farai a trovarlo?”
19 minuti. Gioco a immaginare la vita privata del giovane medico cercando indizi nella libreria di mogano che ho di fronte. Un piccolo busto di Mozart, oberato dal peso di quattro libroni di anatomia che si puntellano sul geniale capo, mi racconta del talento di quelle dita esili che prima sono passate sulla mia pelle e affondate nella mia carne, della loro agilità sui tasti, di quella fervida passione che faceva risuonare tutta la stanza. Poi le pressioni del padre, illustre chirurgo, gli studi universitari, la laurea, il lavoro già lì ad aspettarlo. Appese la targa col suo nome di fianco a quella del padre e un’ombra di tristezza scese su di lui, la tristezza di chi ha accettato la via più comoda, accondiscendendo alla volontà degli altri e sacrificando i propri sogni.
Manca un quarto d’ora. La staffa più in alto sostiene libri di arte ed architettura – voleva forse diventare architetto e non pianista? – Lloyd Wright, Parc Güell di Gaudì, Le Corbusier, La Bauhaus, Architettura delle stazioni. Le stazioni… Quella mattina era più freddo del solito e il mio treno era come al solito in ritardo. I cappotti si stringevano intorno al collo, i berretti venivano calzati fin sotto le orecchie e nuvolette di imprecazioni condensate uscivano dalle sciarpe di lana. Anche al binario 20, quello di fronte, aspettavano. C’erano molti più giovani di là: i “politecnici” con grosse cartellette di plastica trasparente e i tubi per i disegni simili a bazooka, gli studenti del conservatorio tra cui il piccolo contrabbassista schiacciato dal suo grande contrabbasso a fianco di una ragazza minuta e graziosa con alle spalle una piccola arpa che la rendeva simile ad una farfalla con tanto di ali. E poi lui: una figura sottile e allungata, capelli scuri e scomposti, camminava sulla linea gialla, divertendosi a mettere un piede di fronte all’altro come un equilibrista. All’improvviso si fermò, alzò la testa e guardò verso di me. Occhi enormi, neri. Uno sguardo difficile da sostenere, uno di quelli che ti si infila dentro e ti svuota i polmoni. Rimasi lì in apnea, inchiodata, non so per quanto tempo, un attimo probabilmente. Un attimo che ha il peso di un’eternità. Poi arrivò il mio treno e mi restituì il respiro. Durante il viaggio fantasticai su di lui, lo immaginai attore di teatro, uno che aveva viaggiato per tutto il mondo ed aveva imparto a fare l’amore in cento modi diversi. La mia mente, nel tempo di due fermate, ne aveva già passati in rassegna una trentina. Scesi, andai a lavoro e lo dimenticai.
13 minuti, 12 in questo momento. La mattina seguente era di nuovo lì ed anche quella dopo e quella dopo ancora. Tutte le mattine era lì e sempre mi guardava. Al mio arrivo si immobilizzava e mi offriva le tenebre del suo sguardo. Era come se ci fossimo solo noi alla stazione: uno di fronte all’altro, gli occhi dentro agli occhi, due perfetti sconosciuti separati da un binario che sanno di amarsi senza sapere perché. Poi arrivava il treno e portava via ogni assurdità.
Il sabato non lavoro e ne approfitto per andare a fare la spesa. Tutti stavano approfittando di quel sabato: il supermercato era affollatissimo. In fila alla cassa da quasi mezz’ora, mi guardavo attorno annoiata e nell’incontrare il suo sguardo ebbi un sussulto. Era al di là della strada e mi fissava attraverso la porta a vetri. Pensai che dovevo raggiungerlo ed iniziai a imbustare il più velocemente possibile. Nella furia feci cadere una bottiglia d’olio che andò a insozzare le scarpe e i pantaloni della signora al mio fianco. “Sono mortificata, mi scuso, pago io il conto della lavanderia…”, quando uscii lui non c’era più. La sera stessa presi la macchina per andare a cena da un’amica. Trovai il passaggio a livello chiuso. E di nuovo lui. Dall’altra parte della strada, oltre la sbarra, dentro una piccola utilitaria blu. Nuovamente mi guardò, così forte che pensai che di lì a poco il lunotto sarebbe andato in frantumi, poi ingranò la retro, fece inversione e scomparve dietro una curva. Andai alla cena, c’era un po’ di gente, un ragazzo carino che mi sedeva di fronte faceva il gentile, forse ci provava, io formulavo frasi di circostanza, sorridevo quando gli altri sorridevano, ma con la mente non ero lì: ero al binario 20, ero di là dalla strada, ero oltre il passaggio a livello. Quello sguardo che il destino mi faceva incontrare dappertutto occupava ogni mio pensiero, desideravo quell’uomo come nessun’altro, avrei voluto parlargli, toccarlo, dormire nel suo letto. Eppure qualcosa sempre ci divideva: un binario, la porta del supermercato, stasera il passaggio a livello. Una barriera si frapponeva tra i nostri corpi, impediva il contatto. Decisi che avrei rotto quella barriera, ad ogni costo.
Meno 8. Là sulla sua linea gialla, per la prima volta rimase a testa bassa, mi aveva vista arrivare ma continuava a fissare il suolo, timido e in difficoltà. Sembrava infreddolito, ma continuava inspiegabilmente a tenere il cappotto sul braccio. Addosso una maglia con una grossa scritta bianca. Sono miope e dovetti sforzare gli occhi per leggere. “I’m waiting for you” diceva, “Sto aspettando te”. Dice a me, non ci sono dubbi. Col cuore a 3000 mi infilo nel sottopassaggio per correre da lui. La fiumana dei lavoratori delle 7.30 mi si para davanti, sgomito, li scavalco, abbatto le barriere. Ed eccomi qui davanti a te. Sono tua.
Solo 5 minuti. Non era un attore, faceva il giornalista. Era l’uomo più intelligente che avessi mai conosciuto, capiva le cose sempre un attimo prima di me, spesso sapeva persino cosa stessi pensando. Tutto quello che diceva lo diceva così bene che pareva vero. Era oltremodo sicuro di sé, deciso, categorico. Uno che se me lo avessero descritto avrei definito uno stronzo e del quale invece mi ero innamorata follemente. Amavo la sua ironia fuori dal comune, il suo carisma, la sua passione nel fare l’amore. Forse non conosceva cento modi diversi come avevo immaginato, ma sapeva creare situazioni sempre nuove, sapeva far viaggiare la mia mente, riscaldare il mio corpo, mi faceva sentire unica, bellissima, mi stringeva a sè e con il suo abbraccio mi diceva più di mille parole, i suoi sentimenti si trasferivano dentro me e i miei in lui: a volte rimanevamo così per ore, corpi e anime incastrate ed io non volevo altro che lui. Ero sua e lasciavo che facesse di me quello che più desiderava. Un giorno mi disse che gli sarebbe piaciuto fare l’amore con me senza alcuna barriera, perché potesse sentire a pieno il calore del mio corpo quando accoglieva il suo. Risposi immediatamente che non c’erano problemi e che sarebbe piaciuto anche a me farlo in modo più naturale. In realtà mentivo: per un problema congenito non ho mai potuto prendere la pillola e dovetti girare cinque ginecologi per trovarne uno che me la prescrivesse. Ma lo feci volentieri senza che tutto ciò mi pesasse minimamente. Per la prima volta pensai che per quell’uomo avrei fatto di tutto, avrei sacrificato ogni cosa. Il mio pensiero volò in Giappone: “Avevi ragione, Marta.”
Ultimo minuto. Tutti i sogni finiscono. Il mio è finito abbastanza banalmente, come accade in tanti film, sono semplicemente tornata un’ora prima dal lavoro senza avvisarlo. Non ho fatto scenate, ma non l’ho più voluto sentire. È passato ormai un anno e vorrei poter dire che è solo un ricordo. In realtà un mese fa ho iniziato a sentirmi male, sono sempre più stanca, mi sono coperta di strane bolle e spesso ho un forte mal di testa. Mi hanno chiesto se avevo avuto dei rapporti non protetti e mi hanno consigliato di fare immediatamente il test.
La porta si apre. Il suo camice pare più bianco e il suo volto più triste: “Si accomodi, signorina.”
Premio Letterario 2008