Contenuti: OPERA

Giulia Barili

Narrativa

Natale in Settembre

Settantadue gradini grigi e diseguali conducono alla porticina angusta e cigolante. Dal muro penzola, appeso a un fascio di fili, un campanello orbo; sotto, una targhetta di ferro, muta per la ruggine e le incrostazioni, non lascia più intendere chi vi abiti.
Entrando si è invasi da un odore triste: un misto di umido, cibo avariato e fumo. L’ingresso è ostruito da una grossa valigia rossa che vomita indumenti ormai più volte calpestati, sulla destra un divano piccolo e visibilmente scomodo ostenta una fantasia floreale sgargiante, mentre di fronte un’imponente libreria piange i suoi figli caduti nella polvere di un pavimento che da mesi non conosce la scopa. Unta la cucina, dappertutto. I mobili riportano aloni bizzarri dalle forme quasi armoniose, sul tavolo un’antica macchina da scrivere giace ubriaca di birra assieme ad un iPod agonizzante, intorno piatti sbeccati, bicchieri di forme diverse rubati in chissà quali locali e poi carte, cartacce, cartelle e cartine; carteggi, cartoni, cartoline e cartocci invadono le sedie, mentre il lavello di fronte a quell’immondo spettacolo non riesce a trattenere una lacrima che martella costante su una bistecchiera incrostata. Nel bagno batuffoli di capelli si rintanano tra la vasca e il lavandino, mentre in camera un’enorme macchia d’umido troneggia sopra il comodino simile ad un’icona, lasciando cadere calcinacci ai piedi del letto stranamente rifatto.
Eccomi qua. Questo sono io. O meglio, è il mio appartamento, ma tanto - come si dice - “dalla casa si riconosce l’inquilino”, e dato che non mi va di parlare direttamente di me, mi sono permesso questo esercizio di stile. D’altronde anche il grande Balzac per descrivere un personaggio spesso ne descriveva l’abitazione. Con questo non che osi paragonarmi al maestro francese, anzi direi che il mio ultimo tentativo di risolvere la mia sindrome da foglio bianco versando sopra la pagina intonsa della salsa chili extra-piccante, dovrebbe addirittura proibirmi di nominarlo il grande Honoré. Comunque, sono sicuro che compatirebbe. D’altra parte, tutti da un anno a questa parte compatiscono: compatisce mia madre che sopporta stoicamente le mie sfuriate al telefono; compatiscono gli amici con i quali non mi faccio mai vivo ma che continuano a cercarmi; compatisce la casa editrice che aspetta da ormai sei mesi il romanzo che “è praticamente pronto, se solo però può anticiparmi altri 500 Euro”; compatisce la bruttina del piano di sotto che si presenta ogni sabato sera con due pizze e quattro birre pronta a saziare, non riamata, ogni mio stanco appetito. Persino la mia ex compatisce: per me lascia il telefono acceso di notte perché “se hai bisogno di sentirmi, io ci sono”. Eh sì, lei c’è. Da un anno è in tournèe per l’Europa con una compagnia di attori nerboruti. Gli ultimi tempi non ci vedevamo mai, ci incontravamo sì e no una volta al mese. Quindi la decisione presa di comune accordo, quindi la mia depressione, il mio senso di abbandono, la fine delle mie idee e l’inizio di un’apatia cronica che mi costringe a letto per ore.
Proprio così: le mie giornate le passo per lo più a letto. Perché alzarsi, mi dico, se poi tanto a sera si deve tornare lì. E poi credo che il letto sia il luogo più versatile che esista: a letto dormo, mangio, guardo la tv, fumo, leggo quando ho voglia di leggere, scrivo se per caso ho qualcosa da scrivere, urlo al telefono con mia madre, navigo in Internet, scopo la bruttina, scatto foto alle macchie d’umido sul soffitto, suono la chitarra, bevo il caffé. Sempre in uso il mio letto, sempre disfatto, fatta eccezione per la domenica. Appena s’alza, la bruttina rincalza lenzuoli e coperte, spiumaccia i guanciali, poi raccoglie i vuoti delle birre e i cartoni delle pizze, recita il solito “ciao fatti sentire”, ben conscia che non mi sentirà, e ridiscende nel girone sottostante inghiottita dalla scala a chiocciola.
Oggi per l’appunto è domenica. La visione del letto in ordine provoca in me una sorta di turbamento. Se ne sta lì, completamente fuori luogo, come chi si presentasse ad un rave party con un impeccabile completo blu, la cravatta di seta e le scarpe lucidate. Se ne sta lì e giudica dall’alto in basso la miseria degli altri oggetti d’arredamento, mortificati tra polvere e sporcizia, privati della loro dignità di mobili svedesi a basso costo. E quando mi avvicino per riprendere il mio consueto assetto al suo interno, pare redarguirmi, sembra che mi inviti a cercare un’alternativa ad un’altra settimana sotto la sua coltre. Allora lo afferro per il lembo del piumino e sventrandolo, compio il tragico gesto che porta in sé la valenza di una scelta che ogni sette giorni viene così riconfermata e, conseguentemente, la presa di coscienza di essermi ridotto alla più totale inettitudine. Senso di colpa. “Devo uscirne”. Tristezza. “Devo uscirne”. Stanchezza. “Devo uscirne”.
Devo uscirne. Ma come?
Bella domanda. Ci vorrebbe qualcosa da cui ripartire, uno sprone per iniziare a rimettere in ordine la mia vita, che ne so, un lieto evento: la bruttina che si presenta dopo la plastica facciale, un guasto al telefono di mia madre, la macchia d’umido sul mio soffitto divenuta simile agli affreschi della Cappella Sistina. Non saprei nemmeno cosa desiderare.

Telefono.
“Pronto?”
“Ciao! Come va?”
“Ciao, che sorpresa… Bene, direi che me la passo bene, e tu? Lo spettacolo?”
“Bene! Stiamo avendo un bel po’ di successo, siamo molto soddisfatti!”
“Ma dove ti trovi ora?”
“Qua a Milano ma sto per partire per la Francia, andiamo vicino a Chamonix: potresti guardare se nel tuo ripostiglio ci sono ancora i miei sci?”
“…”
“Prima di partire passo a prenderli. Ora ti devo proprio salutare. Ciao ciao.”
“…”

Il ripostiglio, luogo desueto alla mia frequentazione, oltre agli sci mi restituisce oggetti e parti del mio passato che avevo rimosso. Per alcuni pezzi si può tentare una collocazione cronologica: la racchetta da tennis, ad esempio, è stata riposta circa tre anni fa in occasione del mio intervento al menisco, il matterello e lo spianatoio invece sono lì da quando lei ha lasciato il corso di cucina e il focolare domestico per trovare successo nel mondo dello spettacolo. Faceva una pasta fresca che era una bomba. Dieci mesi fa. In uno scatolone ho ritrovato anche le cento copie invendute del mio primo romanzo “L’androide ricaricabile”, chissà, magari potrei rivendergli quello alla casa editrice… E poi una sorpresa, anzi varie sorprese, nel vero senso della parola: pacchi regalo mai aperti.
Lasciarsi la vigilia di Natale mentre ti scambi il regalo è sicuramente una scelta originale. Però non è del tutto consigliabile: le feste, a mio avviso già tristi per conto loro, diventano insopportabili. Parenti, auguri, brindisi, sorrisi, tombole, regali, bigliettini, pranzi, cenoni: a Santo Stefano vorresti fuggire il più lontano possibile, a San Silvestro vorresti tentare il suicidio, a Befana ti ritrovi nel letto imbottito di tranquillanti, con entrambi i polsi fasciati, senza aver ben chiaro cosa sia accaduto realmente e cosa tu abbia sognato. Quel Natale dunque, preso da altre occupazioni, ho dimenticato di scartare i regali e qualcuno poi deve averli ficcati lì senza farmene menzione. E così mi trovo a festeggiare un Natale settembrino e solitario, seduto su cento copie di un capolavoro di fantascienza, all’interno di un ripostiglio muffito.
Libri già letti. Dvd già visti. Devo dire che i miei parenti mi conoscono bene. E poi un aspirapolvere.
Più di un aspirapolvere: è un aggeggio multifunzione che dovrebbe aspirare, lavare, asciugare qualsiasi superficie e che ha addirittura un ferro da stiro che si attacca alla medesima caldaia. Mosso da non so quale spirito di iniziativa lo accendo e inizio ad aggirarmi tra le macerie del mio anno da single. L’aggeggio funziona a meraviglia: la polvere scompare, l’unto si scrosta, gli aloni svaniscono e mentre il mio appartamento torna a riassumere forme più degne io sento una specie di sollievo. Una sensazione strana, che va crescendo mentre mi spingo a togliere le ragnatele dai radiatori con l’apposita spazzolina, che si intensifica nel vedere un timido luccichio sul parquet. Prendo anche il ferro, disfaccio la valigia e ripongo gli abiti perfettamente stirati nell’armadio. Mi guardo attorno. Pare impossibile ma il mio appartamento è pulito e in ordine. Respiro a piene nari quell’aria depurata, ne seguo mentalmente il percorso fino ai miei polmoni e sento come se una forza si insinuasse dentro di me. In un pomeriggio ho riordinato il mio appartamento. Quanto ci vorrà per la mia vita? Chi lo sa. Questo però è l’inizio. Ne sto uscendo.


Premio Letterario 2008