Contenuti: OPERA

Andrea Grillenzoni

Narrativa

Titano

Un gigante avrebbe potuto sedere sulle pinete, appoggiare la schiena al fresco delle Apuane, tenere i piedi a bagno nel Tirreno e godersi il sole nel tempo immobile, un fresco refolo ad addolcirne i raggi. Questa striscia di vita definita dai monti, umettata dall’acqua salmastra, il libeccio che spazza, le barche che suonano i parabordi con musica di gomma, i riflessi sulle onde che ti fanno strizzare gli occhi, i gabbiani che cantano la loro fame, il blasone decaduto della capitale del Liberty che fu, i turisti che infastidiscono, i turisti che ci arricchiscono, la spuma contro gli scogli e poi il cielo, che come sempre, abbraccia tutto.

Seduto sul molo prendevo ancora una volta coscienza di questa visione geografica, morale ed esistenziale, quando i pensieri si ammucchiano, si aggrovigliano e rinascono dal mare, ma poi si perdono senza salutare, come l’orizzonte della costa che si assottiglia all’infinito per diventare un golfo invisibile, una nuova città, una nuova regione, una nuova nazione, per divenire tutto quel mondo intero che non riusciamo a ritenere, che trattiamo sempre a pezzettini disuguali.

Lasciandomi l’imboccatura del porto alle spalle ripercorrevo il sentiero conosciuto, calpestato un miliardo di volte, senza che mai il canale alla mia destra mi avesse lasciato solo, compagno perenne del viaggiatore che abbandona il ligio e solitario faro per tornare nel comodo della città.
Prima che il mare, sulla sinistra, ceda il passo alla spiaggia, riconosco il vecchio scoglio, la sagoma innaturale d’un grosso sasso, lavorato per far d’approdo al ristorante che non è più da tempo immemore ma il cui ricordo è tanto forte d’aver regalato a quella materia muta e avvinghiata dalle onde il proprio nome.
Oggi lo Scoglio di Tito è il piedistallo alle donne che, impresse nel bronzo, attendono per sempre il ritorno incerto dei propri uomini che hanno scelto il mare, sospese per l’infinito nell’angoscia del dubbio, a scontare una pena non dovuta ed ingiusta, a vita, una vita immortale.

Tempo addietro, prima del dono di Inaco alla sua casa, questo risicato spazio è stato anche il piedistallo della mia adolescenza. In fondo sono passati solo quindici, sedici anni, ma quando rappresentano metà della tua esistenza acquistano una dimensione mitica e si espandono oltre la mera cronologia. Di mitico e soprannaturale ha ben poco, quel periodo, eppure traboccava di fiducia e spensieratezza e la nostra Attesa non era permeata dell’afflizione bronzea delle donne di Inaco ma rispecchiava l’ottimistica curiosità del domani.

Ai primi caldi, quando il sole era gentile e giocava a dipingere vigorosi sprazzi della bella stagione incipiente, radunavamo un gruppo coi compagni più affiatati, sei o sette al massimo, e all’uscita del Liceo, deliziosamente prossimo al mare, raccoglievamo vivande e beveraggi nel percorso che ci conduceva al nostro ristorante preferito, Tito. Nella sua inesistenza serviva ancora benissimo il suo scopo di locanda per noi pellegrini. Bastavano un paio di teli, niente più; certo, non attutivano l’asprezza rocciosa di quello scoglio piatto né la sua scomoda consistenza ma assecondavano la nostra voglia di rifugio intimo. Con vista.

Con vero sprezzo del pericolo e rischiando la vita, noi maschi saltavamo quei quaranta centimetri scarsi che dividono lo Scoglio dall’altra fila delle rocce mente le ragazze, più caute e che non necessitavano di puerili ed improbabili prove di acrobazia, si puntellavano in basso dandoci inoltre l’opportunità di aiutarle, tendendo loro la mano, nell’ultimo slancio. Stretti, si stava stretti, tanto che a volte qualcuno era costretto a riparare su qualche scoglietto vicino, d’incerto lignaggio. E poi tutti a riempire la pancia, tu cos’hai preso?, mi passi da bere?, riesci ad andare un pochino più in là?

La bocca masticava, gli occhi mangiavano lo sterminato mare e lo sterminato cielo, il naso beveva il profumo acre del Tirreno, l’orecchio si cullava sul ritmo cadenzato della risacca, l’amicizia cresceva, il corpo si pasceva e lo spirito assaporava. Bisogni primari su un sasso in mezzo al mare, niente più. E allora perché il ricordo mi è tanto dolce?

Si è giovani sessantenni, si è vecchi a vent’anni, io che in fondo sono solo un trentaduenne di trentadue anni, ricordo un oceano molto trasparente, tanto che il fondo era lì a portata di mano e potevi farne ciò che volevi. Oggi mi perdo nell'acqua torbida dell'incertezza e me ne prendo la colpa. Ma se tu tornassi da queste parti, Tito, voglio dirti che il tuo Scoglio ha vissuto due vite, è stato mensa due volte, due volte luogo d’attese. Se ci trovi sopra delle donne che aspettano o dei ragazzi che si sfamano, siedi sulle pinete, appoggia la schiena al fresco delle Apuane, tieni i piedi a bagno nel Tirreno e goditi il sole nel tempo immobile, un fresco refolo ad addolcirne i raggi.


Premio Letterario 2008