Contenuti: OPERA

Noemi Urso

Narrativa

Un pugno a mani nude ti puņ ammazzare

T. tornava a casa per la solita strada di sempre. Il solito bar, il solito tabaccaio, il solito parchetto sciupato, il solito marciapiede con le solite crepe. Certe volte si sentiva svenire da quanto tutto era sempre uguale a se stesso. Quando oltrepassava il cancello del suo condominio, sempre la solita scritta: ROSY TI AMO; sapeva chi era l’autore, conosceva Rosy. Sempre la solita scritta, il solito cancello, le stesse scale: gli davano la nausea.
Non era ancora arrivato al cancello, comunque, si trovava proprio fuori dal bar La Vela, noto ritrovo di ottuagenari marocchini spacciatori nonché unico tabaccaio, seppur abusivo, del quartiere. T. si accese una sigaretta.
Ascoltava la radio. Le pile del lettore erano improvvisamente schiattate su una canzone degli Aerosmith e all’inizio la cosa non gli era dispiaciuta, perché a volte gli Aerosmith sapevano essere una tale palla e comunque la radio funzionava anche a pile mezzescariche ma cinque minuti dopo, percorsa per quattro volte l’intera rosa delle frequenze radiofoniche che il suo paccolettore recepiva e resosi conto che solo gli Aerosmith avrebbero potuto salvarlo dai vari Gigidalessio, Laurapausini e Tokioòtel, bestemmiò.
Un tale vestito da cameriere che passava lo guardò con riprovazione.
T. fece il gesto di sputargli. Il tale si dileguò.
“…andata a letto con un’altra!” disse la radio tra un gracchiare metallico e un gracchiare umano.
T. tolse il dito dalla rotella.
Una voce calda, impostata, profonda, totalmente artefatta rise nelle cuffie.
“Un’altra? Povero amico mio” disse subito dopo la voce. “Qui è il vostro Alfonsino che vi parla dai microfoni di Radiolùv, ascoltiamo adesso un’altra serie di interviste della nostra inviata Luciana!”.
Scatto di una registrazione. Sottofondo stradale, macchine, voci di passanti. “Ciao, sono Luciana di Radiolùv, posso farti una domanda?”
“Certo” rispose la voce di una fanciulla, artefatta quanto quella di Alfonsino.
“Puoi dirci qual è stata la cosa più imbarazzante che ti è capitata ultimamente?”
Risatina troppo alta. “Non so…” rispose la ragazza cinguettando.
“Quelle che non lo sanno sono sempre quelle che la sanno troppo lunga” commentò la voce di Alfonsino ammiccante sopra la registrazione. T. sorrise tra sé, divertito dalla scontata reazione dello spicher.
“Beh… credo che sia stata quella volta che i poliziotti hanno bussato al finestrino della macchina del mio ragazzo. Ci eravamo… sai… appartati” disse la vocina femminile.
“Decisamente questa fanciulla la sapeva troppo lunga!” commentò Alfonsino prevedibile con la sua voce saccente.
“Qual è la cosa più imbarazzante che ti è capitata ultimamente?” chiedeva ancora Luciana a un senza volto nella registrazione.
“Mi si sono rotte le calze cinque minuti prima dell’esposizione della mia tesi” confessò una ragazza dalla voce da uomo. T. scosse la testa. Banale.
“Mia madre mi ha trovato in bagno che… che… giocavo con me stesso” rispose un adolescente, impacciato. Perché non si inventava qualcosa che non lo imbarazzasse sul serio? Poteva fare come il transessuale di prima e inventarsi una balla.
“Accidenti! Questo ragazzo invece non la sa molto lunga, evidentemente” insinuò Alfonsino fuori luogo con la sua voce suadente, comprensiva e sarcastica. Un accostamento di sfumature notevole.
“Stavo camminando e ho incrociato lo sguardo di una ragazza. Non l’ho riconosciuta subito, ma io e lei avevamo fatto sesso qualche sera prima, dopo la discoteca. Ci siamo fissati. Ci siamo fissati per tutto il tempo. Poi lei è passata oltre e io… mi sono sentito a disagio tutto il giorno, per l’imbarazzo che avevo provato.”
È vero, sarà stato imbarazzante, pensò T. provando qualcosa di simile all’empatia per uno sconosciuto per la prima volta nella sua vita. Alfonsino non commentò. T. sorrise. L’unica volta che aveva fatto sesso in discoteca era stato pessimo. Lei non la conosceva. Lui era straubriaco e a casa aveva la fidanzata che lo aspettava. Era tornato la mattina dopo, quando aveva aperto la porta di casa l’orologio suonava le sette; non perché avesse passato la notte con quella tizia ma semplicemente perché si sentiva troppo schifoso per tornare da Anna e aveva vagato da solo, in macchina, per ore. Quando si era alzato, all’ora di pranzo, lei lo aspettava in cucina, sorridente. Gli aveva preparato il caffè e la colazione, o il pranzo, se preferiva pranzare. Lasagne e polpettone. Come poteva anche soltanto passarle per la mente che gli potesse – lontanamente, eh, lontanamente come una galassia lontana – venire la voglia di mangiare delle lasagne appena sveglio? Aveva grugnito. Lei aveva sorriso. Lei sorrideva sempre.
T. spense la radio e proseguì in silenzio verso casa. Anna lo stava aspettando. Gli aveva preparato il pranzo, sicuro come la morte, si sentiva così in debito verso di lui. Lui l’aveva accolta, lui l’aveva ospitata, lui le aveva salvato la vita. Che cazzata. Si era ritrovato a casa da solo quando sua mamma aveva deciso di seguire l’ennesimo amante - questo lavorava su una petroliera - e aveva chiesto ad Anna se voleva trasferirsi da lui. Si frequentavano da mesi e lei dormiva sul divano dell’appartamento di suo padre. Era stato automatico. Non gli era sembrato quel granché, ma lei l’aveva vista diversamente.
Era poi venuto fuori che lei veniva da una lunga storia di maltrattamenti, complessi, dileggi a scuola, viaggi continui da una famiglia all’altra tra i litigi dei genitori. Quando si era presentata alla sua porta con la valigia aveva le lacrime agli occhi, dalla commozione. Oh, puttanate! aveva pensato sin dall’inizio T., questo atteggiamento tipicamente donnicciolesco l’aveva irritato all’istante, ma la cosa peggiore era che lei non l’aveva mai manifestato, questo sentimentalismo spicciolo, mai! Aveva capito dopo due giorni di convivenza che lei era stata proprio furba, aveva capito che certe stronzate con lui non attaccavano, aveva fatto la dura e la svelta e la sportiva, senza lamentarsi mai né fare scenate né farsi vedere davanti alla tivù a guardare Unpostoalsole, perché altrimenti lui l’avrebbe solo disprezzata. Invece adesso se la era messa in casa, e lei faceva da mangiare puliva faceva la spesa andava alla posta sbrigava le faccende gli scaldava il letto e non chiedeva mai nulla, solo le sue quattro-cinque ore di telenovela giornaliere mentre stirava spolverava puliva il cesso pelava le patate. Uno schifo.
Comunque T. le voleva bene, era la sua donna. Se c’era qualcosa che suo padre gli aveva insegnato era il rispetto per le donne. Il piccolo dettaglio che dopo ripetutissime corna la moglie l’avesse mollato non c’entrava affatto. Come non c’entrava la trascurabile scappatella di T. di qualche mese prima. Anna, alla fine, era una persona piacevole, bastava non cercare di fare conversazione con lei. Non si meritava niente di male. Era una donnicciola vuota dedita alla casa e al suo uomo.
Questo meditava T. mentre svoltava l’angolo e prendeva la strada di casa. La verità era che Anna era una stupida (ma la sapeva fare furba, quando voleva, oh sì, furbizia al servizio dei suoi stupidi scopi) che si era buttata nelle prime braccia pietose che l’avevano raccolta, sperando che la salvassero da… da che cosa? Cosa poteva essere peggio che passare la vita rinchiusa in un appartamento, a pulire, cucinare, stirare, guardare le telenovele, senza uno straccio di ambizione? Ad Anna andava bene, era soddisfatta. Sorrideva. Qualsiasi cosa succedesse, sorrideva. Se qualcosa andava storto, lei sorrideva e diceva che l’avrebbero risolta insieme. T. pensò a tutte le volte che l’aveva vista sorridere a sproposito, quel suo sorriso a volte rassegnato, a volte comprensivo, ma sempre dolce, zuccherino, appiccicoso, stucchevole. Odioso.
Quel sorriso lo faceva la maggior parte delle volte incazzare. Sapeva che non era né un sorriso falso né un sorriso di circostanza, altrimenti avrebbe eventualmente valutato le implicazioni della circostanza. Era che semplicemente Anna credeva che loro due insieme avrebbero potuto fare tutto: lui le aveva salvato la vita. L’aveva salvata dallo squallore del divano del padre e dalla mancanza di amiche con cui andare a fare shopping, per portarla nello squallore del suo appartamento e nella mancanza di amiche con cui commentare Unpostoalsole. E a lei stava bene, credeva che questo fosse meglio. Credeva che questo fosse il top. Il paradiso. Una donnicciola.
Che cazzo aveva da sorridere, cazzo? A T. saliva la rabbia al solo pensiero. Lui era lì che cercava di far quadrare i conti per un altro mese di rinunce e lei sorrideva, lui tornava a casa dall’università e lei lo aspettava sulla porta e sorrideva. Le cadeva una pentola piena di sugo di carne perfetto, cotto per sei ore, nessuna benché minima speranza di recuperare alcunché, e lei ripuliva e sorrideva. Lui voleva attaccare briga, voleva litigare, voleva sfogarsi con qualcuno e lei non reagiva e sorrideva. Gli diceva “Amore, sei nervoso, ne parliamo dopo” e continuava a piegare i panni, a passare l’aspirapolvere, a pacificamente sorridere. Non aveva mai uno scatto di rabbia, una faccia dispiaciuta, uno scatto di disperazione, un moto di preoccupazione. Con lui al suo fianco, sarebbe andato sempre tutto bene. Lui era Ser Tiziano Minchione cavaliere dell’Ordine dei Fidanzati Senzapalle, al soldo e servizio delle Donnicciole Casalinghe Sorridenti. Uno strazio totale.
T. passò di fronte a ROSY TI AMO. Prese le scale, camminò tutto il corridoio, cacciò la chiave nella toppa. Si era innervosito da quando aveva sentito quello stupido programma alla radio, adesso aveva voglia di litigare, ma con qualcuno che gli desse soddisfazione. Anna no, con Anna non si poteva litigare. Tutto in lei era pacifico e zen. Poteva urlarle dietro per sei ore di fila, ma avrebbe solo perso la voce.
“Ciao, amore” lo accolse Anna, sorridente, uscendo dalla cucina con uno strofinaccio in mano.
T. grugnì, le passò davanti senza guardarla, entrò in camera.
“Tutto bene, tesoro?” cinguettò lei seguendolo. “Ti hanno fatto arrabbiare, in facoltà?”
Arrabbiarsi, in facoltà? Chi accidenti avrebbe dovuto farlo arrabbiare in facoltà? Ci andava solo per seguire un paio di lezioni! Come le piaceva fingere di essere parte di una coppietta felice, con lui che andava a lavorare, portava a casa la pagnotta, e lei che lo aspettava a casa per cucinarla, la pagnotta. Non era così. T. studiava, sua madre gli mandava i soldi per i libri e il cibo e le bollette e tutto, e lui faceva quadrare i conti per entrambi con quello che sua madre mandava per lui solo. Ogni tanto andava ad aiutare un amico in officina per pochi soldi. Ecco tutto. Non erano una coppietta felice, erano due ventenni spiantati senza prospettive. Lui, in particolare, era un ventenne spiantato senza prospettive esclusivamente grazie a lei. Un anno prima voleva solo laurearsi, trovare un lavoro e andarsene di lì. Adesso aveva lei, incollata come una cozza, che pianificava matrimonio lunadimiele bambini cane casetta staccionata (da vomitare) badando bene a infilare tra le righe ogni due frasi qualche allusione al fatto che oh povera me, cosa avrei fatto, cosa farei senza di te. Dio mio. Impossibile anche solo considerare l’idea di mollarla. Gli toccava ciucciarsela o tenersela suicida sulla coscienza.
“No, Anna, va tutto bene” rispose lui, ringhioso ma smosciato, incazzato ma depresso, del tutto privo di spirito d’iniziativa. Un sacco vuoto seduto sul bordo del letto.
“Amore, dì alla tua Anna cosa c’è” dice allora lei con voce bassa e comprensiva, accovacciandosi di fronte a lui. Gli prende il viso tra le mani per guardarlo negli occhi. Tiziano ha la faccia inquietante e inespressiva, gli occhi spenti. Apre la bocca. Voce monocorde.
“Anna, qualche mese fa ti ho tradito.”
Un guizzo di vita nell’espressione di Anna, un’incertezza nei muscoli tirati della bocca. “Come…?”
“In discoteca. Con una zoccoletta. Non so come si chiamasse. Così. Tanto per fare.”
Anna si alza, gli volta le spalle, va verso la porta. Esce.

Volevo solo toglierle quell’espressione dalla faccia, pensa T., se l’avessi vista sorridere zuccherosa per un altro secondo le avrei spaccato la faccia a pugni, un pugno a mani nude ti può ammazzare, è questo che mi viene voglia di fare ogni volta che vedo quel sorriso comprensivo e fiducioso sulla sua faccia. Non voglio più vederlo. Mai. Più. Vederlo.
T. si alza dal letto, esce dalla stanza, esce di casa, torna sulla strada, la rifà al contrario, entra nel parchetto sporco, si siede su una panchina. Nessun pensiero profondo e risolutivo, ma solo qualche considerazione poco più che coerente. Non se ne accorge ma una volta per tutte sta andando in tilt.
Respiri profondi. Ritrova la calma, mio caro Tiziano, tutta questa rabbia non ti porterà niente di buono. Calmati, caro Tiziano, trova una soluzione che non ti uccida.
Mezz’ora sulla squallida panchina e T. si rialza, avendo finalmente preso una decisione inevitabile, definitiva.
Andrò da lei, pensa T. lucidodeterminato, andrò da lei e le esporrò chiaramente la situazione: cara Anna, io ti voglio bene, dunque non voglio spaccarti la faccia a cazzotti, prima di tutto perché appunto ti voglio bene, ma forse prima di tutto ancora perché non voglio finire in galera, comunque il nocciolo della questione è che te ne devi andare, non mi interessa dove o come o da chi, mi interessa quando, cioè subito, perché non sopporto più la tua odiosa faccia e il tuo sorrisetto mieloso e fuori luogo, vorrei spaccarti quell’insopportabile faccia a pugni, a mani nude, così sentirei le ossa che si sbriciolano sotto le nocche e i muscoli che esplodono, e allora finalmente potrei sfogarmi come si deve, finalmente mi daresti un po’ di soddisfazione quando sono incazzato. Non credi che sia molto meglio per te andartene, adesso? Vai, Anna, vai.
Il pensiero inciampa mentre si forma nel cervello, pensiero sconnesso, pensiero definitivo ma irrazionale, Tiziano non ce la fa, i nervi di Tiziano sono andati. Grazie Radiolùv, grazie Luciana, tu e le tue interviste gli avete aperto gli occhi e fatto saltare la connessione del cervello. Il cervello di Tiziano non prende, niente campo. Tu-tu-tu-tu-tu.
Quello di cui fondamentalmente T. non ha tenuto conto è l’indole insita profondamente nella sua convivente amica amante persecutrice sorridente. Lui ha tutte le buone intenzioni del mondo, vuole parlare. Vuole dialogare, comunicare, avere uno scambio. Uno scambio di opinioni. Una cosa normale, umana, una cosa che tutte le coppie fanno.
Non ha tenuto conto di Anna.
Gira la chiave nella toppa. Apre la porta. Tutto silenzio.
“Anna?”
Silenzio.
“Ehi?”
Silenzio.
T. muove qualche passo in casa. Si sente calmo. Forse troppo. Quasi gelido. Tutte le buone intenzioni.
“Anna, dove sei?”
Sciacquone. Porta del bagno.
“Amore, sei tu?”
T. si volta. Anna sta uscendo dal bagno.
Indovina un po’? Tiziano l’ha tradita. Tiziano l’ha delusa. Tiziano gliel’ha confessato senza un briciolo di umanità. E Anna sta sorridendo. Lui la guarda allibito. Stravolto. Piantato in mezzo alla stanza. Non sa cosa fare. Questo non era previsto.
Errore mio, è l’ultima cosa che pensa T.
Anna forse interpreta la sua espressione come pentimento, estremo dispiacere, profonda sofferenza. Preoccupazione di perderla? Disperazione per l’irrimediabilità di quello che ha fatto? Schifo per se stesso? Tanfo di squallore?
Tiziano vede solo il suo sorriso, il suo sorriso dolce, il suo sorriso zuccherino, il suo sorriso che diventa sempre più grande, il suo sorriso che si avvicina, il suo sorriso che si apre, il suo sorriso che parla.
“Amore, su, non fare così. Sistemeremo tutto, io e te.” Anna gli prende il viso tra le mani, vuole guardarlo negli occhi, vuole sorridergli e rassicurarlo.
Tiziano la guarda, feroce e spietato come Patrick Bateman.
“Lo so, lo so, non sono la compagna migliore del mondo.” Anna è sincera, Anna è commossa, lacrime le luccicano negli occhi, Anna si sta giustificando. “Lo so, è tanto che stiamo insieme. Non è facile, ma io ti amo e risolveremo tutto. Amore, su, non fare così…” Gli sorride. “Ti amo e sistemeremo tutto” ripete, e lo abbraccia teneramente. Sorride. Gli dice parole dolci all’orecchio. Lui sente che lei sorride, rassicurante. “Andrà tutto bene…” Lo culla, in mezzo alla stanza, tra le sua braccia.
Tiziano la spinge via. La fronteggia. Si sente la bava alla bocca, ma non ce l’ha. Tutto in lui sprizza odio. Rabbia. Furore.
“Amore…?”
“Non andrà bene proprio niente!” urla lui, all’improvviso, e senza rendersene conto alza il braccio destro, carica, tutta la sua rabbia nella mano chiusa a pugno e poi l’urto col sorriso di Anna, quel sorriso diventato immenso, quel sorriso che non lascia spazio a nient’altro.
Anna cade a terra con un gemito flebile, di sorpresa. È già a terra, la faccia ricoperta di sangue, in stato di semincoscienza, ma non ha ancora registrato cos’è successo.
Tiziano le si inginocchia sopra, schiacciandole un gomito col ginocchio – si sente un inquietante crac, poi sposta la gamba per trovare una posizione più comoda. Parte un altro pugno, sullo zigomo, fortissimo, un altro crac dell’osso che si spezza, un altro pugno, il naso, sangue che schizza sulla faccia di Tiziano, sangue sulla mano, altro pugno, altro sangue, altro pugno, pugno sangue pugno, il viso di Anna è una poltiglia informe, il suo sorriso è in mille pezzi, i frammenti dei suoi denti in giro per la stanza, Tiziano ha mezzo incisivo conficcato nella nocca del medio della mano destra. Solo gli occhi di Anna sono ancora vivi, spalancati, sorpresi, increduli. E lui continua a colpire, un pugno dopo l’altro,
un pugno a mani nude può ammazzare
splat, e crac fa la faccia di Anna ad ogni pugno, finché non c’è più niente da rompere, finché la carne si è mescolata con le ossa a tal punto che la faccia di Anna non è più una faccia ma una pentola di ragù rovesciata per terra.
Tiziano si alza. La guarda. Pensa al tizio vestito da cameriere che l’ha guardato male nemmeno due ore prima, lo vede lontanissimo, ricorda a malapena che faccia aveva.
Sputa sulla faccia-poltiglia di Anna.
“Sorridi adesso, stronza” dice.


Premio Letterario 2008